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S. Martino nel Medioevo
San Martino: La Sala e Casa Marzana
- M. Galante, Nuove pergamene del monastero femminile di San Giorgio (993-1256), Altavilla Silentina 1984, pp. 64-65-66. Documento n. V.
- nel periodo imperiale è documentato un Marcianus prefetto di Nola dall’84 all’86 d.C.
- Le vicende e le varie notizie sui ritrovamenti avvenuti sono raccontate in prima persona dall’amico Franco Celestino.
- “Prima dell’intervento di Arechi, Salerno era già una città piuttosto attiva come si intuisce dalla circolazione di numerose monete gote e bizantine conservate nel Museo Archeologico Provinciale: molte sono le monete di Giustino I, di Giustiniano, di Atalarico e di Eraclio. A queste ultime vanno aggiunte le rare epigrafi del V, VI e VII secolo rinvenute in città, per lo più proprio negli ambienti sottostanti la cappella palatina di Arechi II. Le sepolture nella chiesa ipogea chiariscono la continuità dell’uso di un edificio ecclesiastico tra il V e il VII secolo, da parte di famiglie di origine romana, greco-bizantina, gota: i nomi di Socrates, Albulo, Eutychia, Theodenanda, Verulo incisi sulla pietra appartengono ad abitanti di una città dove differenti etnie avevano superato la iniziale diversità e dove il flusso di denaro non sembra essersi mai interrotto”.
P. Peduto, Introduzione, in Gruppo Archeologico Salernitano, San Pietro a Corte. Recupero di una memoria nella città di Salerno, Napoli novembre 2000, p. 12. - “E’ ormai opinione diffusa che la calata dei longobardi in Campania significò squallore e desolazione economica solo peri pochi decenni del dominio di Zottone e degli inizi del governo di Arechi. Alla morte di Zottone nel 591 Arechi continuerà a spandere guerre per il Sud, ma già intorno al primo ventennio del VII secolo il Duca di Benevento dovette riordinare il suo territorio, fino a che nell’anno della sua morte (640 d. C.) prese Salerno senza bisogno di lotte. Le truppe longobarde erano passate da Rota-Vignadonica e da Olevano (a oriente di Salerno) senza colpo ferire e senza trovare resistenza. Gli storici sono concordi nel ritenere avvenuto tranquillo l’insignorirsi di Salerno da parte dei Longobardi; come Mai? E in secoli di assoluto bellicismo anche per fatti di microscopica entità? Lo Schipa, sulla scorta di una torbida fonte pensa che i salernitani fossero convinti dal vescovo Gaudioso a non combattere contro i beneventani e ad arrendersi. Troppo semplice – l’hospitalitas non è stata ancora studiata per la provincia salernitana, e la risposta al quesito andrebbe ricercata nella tradizione romana di concedere ai barbari quote parti dei prodotti fondiari secondo forme di funzioni che, a passaggi avvenuti e consolidati, dirimevano ogni altra rivendicazione. I barbari divenivano possessores; in l’annalistica che tace per guerre e desolazioni – ingigantite ad arte, et pour cause, da Gregorio – funziona da conferma ex silentio di quell’uso, tramandato fin nel VII secolo”.
P. Natella, Vignadonica di Villa. Saggio di Toponomastica Salernitana, op. cit., pp. 7-8. - “La costruzione della <> nel 1910, ha richiesto lo sbancamento del terreno che, dall’altezza dei Sabini si estendeva fino alla <> nuova. Il promontorio è stato letteralmente <> dalla strada.
Il terreno di Pasqualino Mancino, su cui è stato costruito il palazzo in cui Poste Italiane ha gli uffici, era molto più elevato rispetto alla strada che vediamo oggi e si congiungeva con il piazzale di Ina Casa nuova il cui dislivello, è molto bene riconoscibile. Anche il terreno su cui è stata costruita la Ina Casa vecchia, è stato sbancato. La <>, fu costruita dai Longobardi sopra questa altura, alla sommità di questa collinetta rocciosa, in una posizione dominante rispetto all’insediamento urbano a S. Martino Vecchio”. D. Moccia, Un teatro a cielo aperto. Creatività, arte spirito imprenditoriale e.. mestizia a San Martino, op. cit., p. 4.
“Relazione dell’Ingegnere Nicola Santoro, incaricato della riattazione della strada, così relazionava al Sindaco e Decurioni di Montecorvino, in data 9 settembre 1808:
Nel medesimo tratto si incontrano due rapide salite, una nel sito della fontana, prima di giungere nel Casale di S. Martino, e l’altra nel mezzo del Casale stesso di S. Martino, qual amedue possono di molto ripianarsi, la prima mediante un rialzamento di terra nella parte inferiore, e l’altra mediante un tagliamento di palmi dodici nella parte più eminente, ed un rialzamento nel principio della rampa”. G. Conforti- M. Maresca, Il territorio di Bellizzi. Appunti e Documenti, Bellizzi dicembre 2002, pp. 31-32.
“Capanne, sepolture ed edifici di culto: Gli edifici che abbiamo citato nel paragrafo precedente costituiscono pur sempre delle eccezioni rispetto al panorama delle architetture residenziali e produttive dell’età alto medievale dell’Occidente europeo, che denotano in genere un livello architettonico molto basso. In molte ville, dove è attestata una frequentazione e un utilizzo dello spazio occupato fino al VII e talora fino all’VIII secolo, i dati sinora noti evidenziano una sopravvivenza con strutture assai diverse rispetto a quelle di tradizione antica, per cui sembra adatto parlare di un riuso degli edifici che di una continuità di occupazione.
Le nuove abitazioni vengono costruite sia nell’area precedentemente interessata dagli edifici, sia nelle immediate vicinanze. Nel primo caso, si tratta di edifici che sfruttano in parte le murature preesistenti conservando i piani d’uso antichi, oppure fondati ad una quota più alta su un nuovo piano di calpestio al disopra delle rovine livellate. Generalmente gli alzati e i tetti dei nuovi edifici furono costruiti con materiali deperibili, in legno o in terra, più raramente in tecnica mista con basamenti in pietra e alzati lignei. Le piante sono per lo più ad un solo vano, rettangolari, quadrangolari o circolari. Una tipologia che compare con sempre più frequenza è quella delle capanne seminterrate di pianta circolare o ovale con alzato ligneo. All’interno o nei pressi degli edifici si trovavano silos per l’immagazzinamento di derrate alimentari.
La convivenza di abitati <> come aree a destinazione funeraria risulta assai frequente. Gli esempi scavati recentemente, o in quelli in cui è stata indagata una superficie estesa, rivelano generalmente, negli edifici stessi, una stretta relazione tra le sepolture e un abitato sorto sulle strutture stesse della villa o nelle immediate vicinanze. Anche se sovente risulta difficile precisare le cronologia di queste sepolture (per la mancanza di un corredo o per l’approssimativa datazione delle tipologie tombali), in alcuni casi ben datati sia dalle relazioni stratigrafiche sia dagli oggetti di corredo, si vede come il fenomeno abbia avuto un ampio sviluppo, che va dal IV all’VIII secolo. Talora i corredi permettono anche di riconoscere nella popolazione inumata individui appartenenti ad una cultura barbarica. Come ad Aguilafluente (Segovia), dove gran parte delle 198 sepolture inserite nell’edificio residenziale erano dotate di corredi tipicamente visigoti o a Sovizzo (Vicenza) con più di 400 sepolture, alcune delle quali avevano armi e oggetti di abbigliamento di cultura longobarda. In molti casi, se non vi è nessun elemento che permetta di mettere in relazione i defunti con altra popolazione che non sia romana, per cui sarebbe sbagliato fornire una interpretazione di segno etnico per spiegare questo fenomeno”.
G.P. Broglio – A. Chavarria Arnau, Aristocrazie e campagne nell’Occidente da Costantino a Carlo Magno, op.cit., pp. 53-56. - “Come fosse Rota in origine non è dato stabilire. In base alla limitatezza dell’abitato aveva forse all’esterno un aggere costituito, come dimostrano i generi costruttivi, da una normale palizzata in legno in cui si associava pietrame; può anche ipotizzarsi che l’aggere non sorgesse per tutto l’abitato ma si raccogliesse solo intorno alla mansio. … Se è così, l’impianto della mansio non era dissimile da altri scavati e studiati, ad es. la corte dell’Alpis Graia, in cui si riconobbe << .. un edificio a corte, con l’ingresso variamente aperto su un lato corto o lungo, comunque sufficientemente ampio per il passaggio di un carro, con ambienti più o meno vasti, a volte>>”.
P. Natella, I Sanseverino di Marsico una terra un Regno I. Il Gastaldato di Rota (VIII-XI secolo), Penta di Fisciano dicembre 2008, pp. 81-86. - “Il termine Sala indica la casa per la residenza padronale nella Curtis, o anche centro per la raccolta delle derrate dovute al padrone. Potrebbe anche significare un elemento tipico di ogni distretto o unità poderale dipendente da un nucleo longobardo (Fara o un singolo dominus)”. D’Arminio – L. Scarpiello – C. Vasso – R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 13. F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, in Atti e Memorie dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere la “Colombaria”, n.s. XIV, XXVIII, 1963-64, pp. 153-155. Nel Glossarium Cavense (C.D.C., III, p. 225), compilato intorno al mille, Sala è spiegato come: domo in curte facta.
- “La Sala di Rota: Nei prodromi dell’oggetto avanzai per certa l’idea che l’area della sala nel forum sanseverinese a mercato fosse fin dall’VIII secolo abitata ruralmente e che segnalasse un iniziale apparato umano collaterale alla non lontana Rota. Alla Sala del forum facevano capo e corpo, in epoca di mercato i vari contadini per conoscere i prezzi, le novità di ogni genere, conferme e cambiamenti dei dati evolutivi dell’appoderamento, strumenti quotidiani di lavoro; a Rota – giuridicamente centro del gastaldato e sede ufficiale dell’attività operativa dell’intero plesso (acto Rota) – sussistevano, di contro, i ceti sovrastrutturali con i quali era necessario il colloquio per stare in pace col resto della gente, con i giudici che emettevano direttive, con gli advocati.
Per avvicinarsi alla sua storicità iniziale la sala di Rota si sostiene – ed è punto non contestabile – sulla per vero esigua sua esibizione nell’ambito dei numerosi attesti terrieri e dominicali. Si aggiunga al contrario di altre zone del Meridione, Rota è anticamente documentata a metà VIII secolo ma mai dico mai la sua sala è nota cartaceamente prima degli inizi del XII secolo. Fu leggibile nel Glossario Cavense l’equazione sala idest domo in curte facta. L’asserzione va ridiscussa. La circostanza propongo perché ci si avveda che la traduzione longobarda-latina di sala si effettuò, se tutto va bene, fra il 1005-1023 e il 1081 quando ormai la parola riguardava solo ed esclusivamente la casa da abitare avendo perduto il senso di costruzione inizialmente separata o separabile da altri edifici adibiti a ricetto; inoltre, il Glossario venne su quando vecchie parole non erano intese nel loro esatto riscontro e si preferì adottare una velocità di selezione onomastica per dimostrare l’avvenuta, come dire, museificazione del lemma. Si guardino altri due testi essenziali alla vita giuridica-amministrativa longobarda, sculdahis idest rector loci, e condoma idest curte ubi servi habitant ove il rector è esemplato sul concetto corrente nell’XI secolo di Ufficiale non più militare ma essenzialmente civile, e loci va inteso nel suo significato letterale di pertinenza topografica, ond’egli era quello che poi sarà l’eminente del paese.
<<…. Di sale nell’epoca più antica non se ne trova(no) a ogni passo nel paese popolato ancora dei casali e dei villaggi dell’età romana, e in un certo senso la sala aveva una funzione a sé rispetto agli altri caseggiati di una non ristrettissima zona. (Nella Valle di Blenio c’era la località di Sala dove per uso antico venivano, ad epoca fissa, i rappresentanti del potere giudiziario a tenervi i placiti cui erano obbligati ad assistere tutti gli abitanti liberi della valle)>>”.
P. Natella, I Sanseverino di Marsico una terra un Regno I. Il Gastaldato di Rota (VIII-XI secolo), op. cit., pp. 131-132-133-134. - “12 giugno 1728: La Sala dei Morti vicino allo Corrituro”. A.S.S., notaio S. Corrado, B. 3337.
- P. Natella, I Sanseverino di Marsico una terra un Regno I. Il Gastaldato di Rota (VIII-XI secolo), op. cit., p. 70.
- Il documento di donazione non indica con precisione dove fossero ubicati i fondi di Walpertus per cui si può anche ipotizzare una diversa collocazione abitativa dei suoi antenati, Fra i probabili siti del centro dominico, oltre a S. Martino, si può ipotizzare tranquillamente che la casa originaria della famiglia di Walpertus fosse sita nel vicino Locus di Pugliano, località ampia e ricca di toponimi longobardi.
- P. Natella, Il nome di Baronissi e la sua origine, in Il Postiglione, anni XXVI-XXX, numeri ventisette-trentuno, giugno 2018, p. 40.
- C.D.C., V, p. 185, febbraio 1030. Documento II.
- “Insieme al predetto avvocato [l’abate] pose come mediatore il conte Grimoaldo, figlio del fu Amizio, mentre lo stesso [Disio] nominò mediatore Amore, figlio del defunto Balsamo”. Documento III.
- C.D.C., III, p. 6, luglio 1034. Documento III.
- “29 ottobre 1557: Bello vende a Loiso De Angelo di S. Martino una possessione co alberi di olivi, querce e altri alberi fruttiferi, sito nel casale S. Martino e proprio nel luogo detto li Pastini, confinante con Lattanzio De Angelo, Sigismondo De Angelo, via pubblica, detto Compratore e l’Arcatura della Crogna”. A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3251.
- “Inventario dei beni del 1634 della Cappella di S Giacomo apostolo dei Rodoero: Item possiede la detta cappella due pezzetti di olive conformo istrumento pubblico del Notar Andrea Meo del 1624. I due olivetelli sono siti e posti nel casale S. Martino e proprio nel luogo detto li Pastini di S. Martino con 23 piedi di olivi grandi e piccoli e altrettanti piedi di pere, fichi e ulmo co viti intorno, confinante con i beni delli heredi di Antuono De Angelo, Diego De Dina, heredi di Francesco D’Arminio, Jacobo Pezuti. Detti oliveti per essere in loco sterile no sono Redditizi”. Archivio parrocchiale di S. Pietro, Libro Campione n. 15, p. 201 recto.
Sui Vualperto di S. Massimo: appunti per un approfondimento.
- In Ricerca come incontro. Archeologi, paleografi e storici per Paolo Delogu, G. Barone, A. Esposito, C. Frova (a cura di), Roma, 2013, Viella libreria editrice, pp. 103-124.
- Idem, p. 110.
- CDC, I, 125, pp. 159-160.
- CDC, I, 136, pp. 175-176. Documento I
- Così credo si debba leggere il vocabolo “cleros” del testo.
- Negli atti notarili medievali era prassi che i firmatari seguissero una scala discendente dal personaggio più importante, per rango o professione oppure età, a quello meno significativo. In questo caso il nostro Vualperto è il primo presbitero che sottoscrive, quindi presumibilmente il più anziano. Non a caso nel documento del 919 il primo firmatario è un notaio, cui segue un semplice laico.
- La località “agellu”, che Lorè evidentemente colloca nel territorio di Nocera, in quanto numerosi atti del CDC riportano tale toponimo in finibus Nuceriae, va secondo me identificato con l’omonima località presso Montecorvino, anch’essa ricordata in documenti del CDC: acquista così omogeneità la donazione del 919 con territori ubicati nella stessa zona.
S. Martino Vecchio.
- “La fase I è presente nel solo saggio B2 ed attesta la frequentazione, funzionale ad attività artigianali, nell’età del bronzo finale prima età del ferro. Le unità stratigrafiche ad essa riferibile rappresentano una fornace per la lavorazione della ceramica ed i relativi riempimenti accumulatisi sia nel corso del funzionamento che al momento del disuso e del definitivo abbandono. La fornace si è conservata solo parzialmente in quanto interessata sia dal taglio della trincea di fondazione del muro medievale sia dal recente sbancamento”. A. Iannelli, Scavo di emergenza a S. Martino Vecchio di Montecorvino Rovella. Relazione preliminare, in A. Medievale, XI, 1984, p. 353.
- “L’attuale Pontecagnano fu interessata a partire dall’età del ferro da gruppi di cultura villanoviana, avente, sin dal IX secolo a.C., funzioni e ruolo di coordinamento e raccordo fra il nascente mondo etrusco e le popolazioni indigene site nell’interno”. A. D’Arminio – L. Scarpiello – C. Vasso – R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, Battipaglia 2001, p. 86.
- “Un successivo scavo nel 1988, al di sotto della chiesa, furono trovati i resti di una struttura indiziata dal rinvenimento di buchi di palo, la cui cronologia venne posta al momento dello scavo tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C.”. T. Cinquantaquattro, L’Agro Picentino e la necropoli di località Casella, in Pontecagnano II, Napoli 2001, p. 110. A. D’Arminio – L. Scarpiello – R. Vassallo – C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, Battipaglia novembre 2006, p. 91.
- “Tra le varie circostanze che hanno favorito l’insediamento a San Martino Vecchio, sicuramente c’è da annoverare la presenza del <>. È una sorgente molto vicina a San Martino Vecchio, nel vallone Marmore, dimenticata da tutti”. D. Moccia, Un teatro a cielo aperto. Creatività, arte spirito imprenditoriale e.. mestizia a San Martino, sito Mio Libro, stampato in Italia presso Thefactory 2021, p. 15.
- “Fase I: L’unica fase sicuramente riferibile ad un frequentazione premedievale. Mentre, infatti, una presenza di frammenti a figure rosse, di vernice nera (sia di IV che di III a.C.) e di ceramica romana (pareti sottili, sigillata italica e chiara A e D), documentano una frequentazione premedievale di più ampia cronologia, non abbiamo, però, incontrato tracce di un relativo stanziamento stabile”. A. Iannelli, Scavo di emergenza a S. Martino, op. cit., p. 353.
- “Connola della Madonna: è una specie di sarcofago utilizzato, forse per secoli in prossimità del ponte sul torrente Marmore, come abbeveratoio per i cavalli prima di affrontare la salita della vecchia strada che conduce tuttora a San Martino Vecchio. Questo sarcofago è stato collocato nel cortile scoperto di Santa Sofia a Rovella”. D. Moccia, Un teatro a cielo aperto. Creatività, arte spirito imprenditoriale e.. mestizia a San Martino, op. cit., p. 10.
- A. Iannelli, Scavo di emergenza a S. Martino, op. cit., p. 357.
- “Viene tramandata l’antica leggenda della chioccia dalle uova d’oro posta all’interno del sarcofago che la tradizione locale chiama <>”. G. Paraggio, Antichi luoghi di culti. Chiese, chiesine, cappelle e conventi del Salernitano, Salerno 1993, p. 111. La leggenda potrebbe avere qualche fondamento per il ritrovamento di un probabile ricco arredo del faraman o dominus longobardo seppellito nel sarcofago. Negli scavi eseguiti a Trezzo sull’Adda, fu ritrovata “una necropoli riferibile grosso modo alla fine del VI – prima metà del VII secolo, con un corredo funerario e dell’abbigliamento funebre che consentono di riferire queste sepolture all’età longobarda e di attribuirle, almeno in alcuni casi, a personaggi socialmente rilevanti. Delle venticinque inumazioni messe complessivamente in luce, si ci limita a fornire qualche cenno su due. Esse presentano infatti caratteristiche particolari che meritano di essere almeno segnalate. Si ricorda tuttavia che altre tombe, grazie alla presenza della crocetta d’oro, rimasta nel riempimento nonostante la violazione, possono essere attribuite a membri dell’aristocrazia longobarda”. S. Lusuardi Siena, La necropoli longobarda in località Cascina di S. Martino nel quadro dell’insediamento altomedievale a Trezza sull’Adda (Milano), in G.P. Brogiolo e L. Castelletti, Il territorio tra tardoantico e alto medioevo. Metodi di indagine e risultati, Firenze 1992, pp. 136-140. “L’aver accennato alla regina Teodolinda ci permette una piacevole disgressione sulle tradizioni popolari dei picentini: circola infatti in questa area territoriale e nelle zone limitrofe una leggenda che racconta di una preziosa chioccia aurea accompagnata dai suoi pulcini d’oro anch’essi, abitante nei recessi sotterranei inviolabili. Generazione di uomini si sono cimentati nell’impresa di catturarla, ma ogni tentativo è risultato vano: Per averla è necessario un inaccettabile sacrificio umano. La presenza della mitica chioccia è segnalata in ambiti territoriali diversi. Fin qui la leggenda, ma essa potrebbe collegarsi alla famosa opera di oreficeria longobarda realizzata nei laboratori dell’Italia settentrionale, la chioccia d’argento dorato accompagnata da sette pulcini, facente parte del tesoro che, secondo la tradizione, la regina Teodolinda volle donare alla basilica costruita in Monza; tra le varie ipotesi sul suo significato, si è pensato che l’opera volesse simboleggiare l’unità del Regno Longobardo (la chioccia) nella pluralità dei Ducati (i pulcini) o un simbolo augurale di fecondità, ma appare più probabile che nella chioccia si sia voluto rappresentare la Chiesa di Roma. Quello che preme sottolineare è come l’immagine di ricchezza che l’oggetto rifletteva e che doveva essere ben noto in tutto il territorio longobardizzato, sia sopravvissuto nell’immaginario collettivo, naturalmente rielaborato in molteplici occasioni, fino ai nostri giorni, fatto che lascia intravedere quale traccia e quanto pregnante abbia lasciato la presenza longobarda nei nostri territori”. A. Di Muro – B. Visentin, Attraversando la Piana. Dinamiche insediative tra il Tusciano e il Sele dagli Etruschi ai Longobardi, Salerno 1994, pp. 49-50.
- “Nonostante si sia l’impossibilità di collegare direttamente questa fase costruttiva ad una precisa cronologia si ritiene plausibile l’attribuzione della struttura, costruita con materiale litico in calcare non squadrato, all’epoca medievale e precisamente, alla prima fase costruttiva della chiesa di S. Martino. La lettura della sezione di sbancamento ha infatti restituito una prima fase muraria con relativo piano di utilizzazione, sul quale si è raccolto un deposito di terreno a segnare un momento di crisi dell’edificio religioso. La chiesa assolse molto presto la cura animarum applicando lo jus cimiteri. Se, infatti, le fonti documentarie citano S. Martino solo agli inizi dell’XI secolo, la documentazione materiale, pervenuta non da saggi archeologici, ma dalle opere di sbancamento, ha accertato la sicura funzionalità del complesso religioso già nel VII secolo d.C.”. A. Iannelli, Scavo di emergenza a S. Martino, op. cit., pp. 354-357. “La scoperta di numerose chiese rurali, o loro probabile tracce, risalenti ai secoli VI e VII lasciano intuire una diffusa ripresa dell’attività agricola organizzata che deve essersi accentuata particolarmente a partire dal VII secolo. Tra questi insediamenti andranno distinti quelli di nuova fondazione, che se pure in numero fin qui inferiore rispetto i villaggi risorti sulle antiche ville romane, indicano il tentativo di ampliare le terre arabili e la ricerca di quel tanto che fosse sufficiente alla sopravvivenza di piccole comunità”. P. Peduto, La chiesa e la necropoli di S. Lorenzo di Altavilla, Salerno 1984, p. 36. “La più antica testimonianza del culto cristiano nel territorio dell’Arcipretura di Montecorvino è da ascrivere alla chiesa di S. Martino. Fu eretta nel VII secolo, probabilmente, per celebrare e diffondere la conversione del Signore longobardo e del suo seguito dall’arianesimo al cattolicesimo. L’ipotesi ci è suggerita dalla sua stessa posizione, in quanto posta a poca distanza dalla Sala in una zona cimiteriale. I Longobardi superarono la concezione del cimitero come luogo di morte con la visione escatologica, posizionando al centro dell’area di sepoltura un luogo sacro dedicato a S. Michele oppure a S. Martino. Quest’ultimo come malleus haereticorum per antonomasia, serviva come monito alle popolazioni germaniche a non ricadere nell’eresia ariana o in pratiche idolatriche o pagane”. A. D’Arminio – L. Scarpiello – R. Vassallo – C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p. 6.
- “La seconda fase ebbe inizio con l’arrivo dei Longobardi e la successiva occupazione del territorio. La penetrazione iniziale, con la costituzione delle fare di Farinola-Farmano e Faragna, nonché le epidemie del VI secolo, non scompaginarono la struttura antropica ereditata dal Tardo Antico. In questo periodo si assiste alla divisione tra le due etnie, quella germanica dei Longobardi e quella italica”. A. D’Arminio – L. Scarpiello – R. Vassallo – C. Vasso, La stratificazione dei toponimi nello <> tra il Tardo Antico e il Rinascimento, in V. Aversano, Studi del Car. Topon. St. Laboratorio di cartografia e toponomastica storica, N. 1-2, maggio 2006, p. 103.
- “A sud di Trezzo dunque la presenza della fara autorena rappresenta già di per sé un fatto emblematico del ruolo svolto in questo settore dell’Adda nella storia dell’insediamento longobardo. Anche il titolo di S. Martino, santo antiariano per eccellenza, potrebbe trovare una sua logica proprio nella volontà di qualche convertito di esaugurare un luogo pagano. Esaugurazione da non vedere nel senso di una cancellazione radicale del valore pagano del luogo, ma in quello di un <>”. Lusuardi Siena, La necropoli longobarda in località Cascina di S. Martino nel quadro dell’insediamento altomedievale a Trezza sull’Adda (Milano), op. cit., pp. 144.
- “Nel 1983 scavi condotti dalla Soprintendenza archeologica hanno riportato alla luce nella zona di S. Martino Vecchio, nel comune di Montecorvino Rovella, un edificio ecclesiastico risalente al VII secolo, molto probabilmente i resti dell’antica chiesa di S. Martino intorno alla quale si sviluppò un luogo: i dati archeologici e la significativa dedicazione al vescovo di Tours che più di ogni altro in Occidente fu acerrimo avversario dell’eresia ariana, di cui nei primi tempi del loro insediamento in Italia i Longobardi si proclamavano seguaci, possono essere posti in relazione con l’abbandono di tale eresia da parte dei Longobardi, avvenuta in Italia meridionale grazie all’azione del vescovo beneventano Barbato la cui opera evangelizzatrice coincide con la spedizione in Italia meridionale dell’imperatore bizantino Costante II nel 663: come mise in evidenza il Bognetti dovette accadere nell’Italia settentrionale longobarda, forse anche in questa landa dell’antico Ager picentinus la conversione al cattolicesimo dei dominatori Longobardi fu salutata con l’edificazione di una chiesa dedicata al Malleus haereticorum per antonomasia”. A. Di Muro – B. Visentin, Attraversando la Piana. Dinamiche insediative tra il Tusciano e il Sele dagli Etruschi ai Longobardi, op. cit., pp. 52-53.
- “Seguì la costruzione di un secondo livello pavimentale che segna la ripresa o una ristrutturazione edilizia della chiesa. Sul muro perimetrale nord viene, infatti, costruito un secondo perimetro in una tecnica costruttiva nettamente differente. La struttura 2 e B2 viene ad essere, in via ipotetica, quanto resta di un complesso annesso alla chiesa e del quale si ignora lo sviluppo planimetrico e la destinazione funzionale. Con riferimento alle fonti storiche è possibile trarre ulteriori elementi di puntualizzazione. Se per i primi decenni dell’XI secolo veniamo informati della corrispondenza chiesa-territorio è proponibile una ripresa del complesso già nel corso del X secolo. I secoli VIII e IX vengono così a proporsi come il possibile momento di crisi di S. Martino”. A. Iannelli, Scavo di emergenza a S. Martino, op. cit., pp. 356-357-358.
- È molto probabile che la località le Curti, documentata nel 1640 fra i beni della chiesa parrocchiale di S. Martino, fosse ubicata poco al disotto della chiesa. “Nel 1640 Gio Battista Malfetano e Stefano Malfetano possiedono un terreno alle Curti, in casale S. Martino, giusto via pubblica, vallone sicco e Jacomo De Dina e rende alla chiesa parrocchiale di S. Martino alcuni carlini”. Ulteriore prova potrebbe essere la località Piedi di Pastini, posta vicino al vallone Marmoro. “30 agosto 1556: Il Notar Mercurio Pico vende a Bello Guerra un oliveto sito nel casale S. Martino, ubi dicitur i Piedi di Pastini, confinante con Alessandro De Angelo, heredi di Nicolai Guerra, Heredi di Jacobetti Rodoero, vallone Marmoro et altri. A.S.S. notaio N. Venturello, B. 3246.
- C.D.C., V, p. 185, febbraio 1030. Documento II.
- C.D.C., VI, p. 6, luglio 1034. Documento III.
- “Nel marzo 1064, Rottelgrimo, Conte e Giudice dona alla chiesa di S. Matteo Apostolo e S. Giovanni Apostolo ed Evangelista di Salerno una terra vacua, sita in loco Sancto Martino de Agello ubi alo Trauso, confinante ad occidente con l’acqua del Trauso, ad oriente la via pubblica e con l’altra proprietà del detto Conte e Giudice”. C.D.C, VIII, pp. 297-298-299.
La Peza del Mulino e Pezza
- “Inventario dei beni della famiglia Maurello del 23 maggio 1598: Una terra nel casale S. Martino, ubi dicitur la Peza del Mulino, giusto via pubblica a due parti, i beni dell’Ecclesia di S. Martino, Desiderio Morretta, Paolo Invidiata, et altri”. A.S.S., notaio F. Maiorino, B. 3270.
- In una stipula del 28 febbraio 1718, la località era posta sopra “l’arcatura del mulino”. A.S.S., notaio A. Satriano, B. 3332.
- “7 agosto 1728: Giulia Punzo, vedova del fu Domenico Malfetano e madre tutrice dei suoi figli, vende al Sign. Andrea Denza un oliveto ereditario del detto fu Domenico, consistente in otto piedi grandi e sei scalzoni, sito in pertinenza del casale di S. Martino, nel luogo detto la Peza del Mulino, confinante con la via pubblica da sopra, la cupa per dove si va alla macina, l’oliveto di Tomaso Malfetano da oriente e l’altro oliveto di detto Sign. Andrea, redditizio per annue grana 5 al Convento della SS.ma Annunziata di S. Martino, per un prezzo di duc. 51,5”. A.S.S., notaio G. Abinente, B. 3322.
- “11 maggio 1718: Per il matrimonio di Aurelia De Rosa, alla sposa viene assegnato in dote un oliveto con querce et altri alberi fruttiferi, sito nel casale S. Martino e proprio nella terra nominata la Pezza, all’incontro della Macina di Piedi, giusto il fiume Cornea, via pubblica, i beni del Reverendo Capitolo di S. Pietro di Rovella dal quale divide tramite una pietra grande a dirittura del fiume Cornea”. A.S.S., notaio A. Satriano, B. 3333.
Miracoli operati nel casale di S. Michele di S. Martino da S. Filippo Neri
In fede signavi ad hoc con signum Notari.
Archivio Parrocchiale di S. Michele e S. Filippo Neri, Manoscritto del canonico Carmine Antonio D’Alessio, Inventarium omnium bonorum iam mobili quam stabilium venerabilis Cappellae: Philippi Neri oppidi S. Martini Civitas Montiscorvini Acernem Diocesis, anno 1753.
A cura di Vito Cardine
Il feudo di ‘Fosso e Verdesca’: prime attestazioni e modalità di gestione*
Note:
- A. S. S., notaio A. De Dario, B. 2732.
- Cfr. “Du Cange, et al., Glossarium mediae et infimae latinitatis, éd. augm., Niort : L. Favre, 1883-1887, t. 5, col. 016b”. Nel latino classico il termine ‘lama’ indicava un luogo argilloso e voraginoso originato da solchi dovuti alle piogge. Paolo Diacono nel primo libro della sua “Historia Langobardorum” al cap. 15 sostiene che i longobardi traducevano con ‘lamam’ il termine latino piscina, ossia peschiera (per pesci), cisterna: per estensione quindi si definirono ‘lama’ tutte quelle zone in cui l’acqua ristagna: paludi, acquitrini, pantani, ecc.
- Cfr. “Du Cange”, op. cit., t. 1, col. 637b: “Berdesca, castellum ligneum ad munitionem castri et oppidi”. Berdesca deriva dal latino medievale brittisca, cioè «torre o fortificazione bretone, alla maniera dei Bretoni», cfr. “Dizionario Treccani on line”, sub voce. In età medievale indicò una torretta, costruita in legno o muratura, realizzata a piombo o sporgente rispetto a un muro di difesa, con principale funzione di guardia e avvistamento. Cfr. “Carbone G., Dizionario militare, Torino, 1863”, sub voce; “Dizionario di fortificazione”, sub voce, in “De Marchi F., Architettura medievale, Roma, 1810”.
- Cfr. “J. Mazzoleni, R.Orefice, Codice Perris – Cartulario Amalfitano (Sec. X-XV), vol. III, Centro di Cultura e Storia Amalfitano, Napoli, 1987, pp. 819-822”.
- Archivio Diocesano di Salerno (d’ora in avanti A. D. S.), Reg. Mensa, n. 33 (k 33), interamente trascritto in “L. Scarpiello, R. Vassallo, A. D’Arminio, C. Vasso, Toponomastica storica montecorvinese, Battipaglia, 2001, pp. 25-33.
- Cfr. “Amalia Galdi, Conflittualità, dinamiche sociali e potere regio nella Salerno angioina: momenti di una ricerca in progress, Mélanges de l’Ecole francaise de Rome – Moyen Age” [En ligne], 123- 1 | 2011, mise en ligne le 20 février 2013, consulté le 22 mars 2023. URL: http://journals.openedition.org/mefrm/680; DOI : https://doi.org/10.4000/mefrm.680.
- Cfr. “AA. VV., Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 35-36.
- OCfr. “Mattia Casiraghi, Roberto Sanseverino (1418-1487) Un grande condottiero del Quattrocento tra il Regno di Napoli e il Ducato di Milano, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Studi Umanistici, A.A. 2016-2017”, in particolare le pp. 20-28.
- Cfr. “Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico – Ragionato del Regno di Napoli, vol. I, Napoli, 1797, p. 92.
- A. S. S., Notaio N. Venturello, b. 3247, atto del 30 dicembre 1557.
- Considerando che il moggio, misura di capacità nominale, corrispondeva a dodici tomoli e che il ‘tomolo napoletano’, in seguito alla riforma fiscale di Ferdinando I del 6 aprile 1480, misurava circa 55 litri, i 23 moggi ammontavano a circa 72 quintali di grano e circa 31 di orzo.
- Secondo la forma tipica degli atti notarili dei secoli XV-XVI( per cui cfr. “Leone Spelungano, Artis notariae tempestatis, Venezia, 1574, pp. 48-50”) l’affitto ‘ad staleum’ prevedeva solitamente il pagamento con i frutti del raccolto e che l’affittuario si assumesse tutti i rischi per «incendium, omnemque casum fortuitum, sterilitates, eventum bellorum, seu guerrarum discrimina, avium impressionem, et omnem aliam ruinam». Nella prassi, però, visti gli ingenti quantitativi di merce corrispondenti al prezzo da pagare, per evitare le frequenti liti giudiziarie nel caso di inadempienza dell’affittuario dovuta a eventi imprevisti, si concedeva allo stesso la facoltà di poter usufruire di una deroga nel pagamento qualora si verificassero tali circostanze. In concreto l’affittuario comunicava entro un tempo stabilito l’impossibilità di pagare tutto o parte dell’affitto a causa di mancato o scarso raccolto, impegnandosi comunque a corrispondere il dovuto negli anni successivi quando la produzione sarebbe stata ‘normale’.
- Nel meridione d’Italia l’unità di misura per gli aridi era il tomolo, che variava nelle diverse province, ma spesso anche tra villaggi vicini. La riforma di Ferdinando I del 1480, come detto alla nota undici, ne fissò la capacità a circa 55 litri, anche se l’editto regio trovò scarsa applicazione nella realtà, tanto che nel 1840 Ferdinando II di Borbone emanò una nuova legge nel tentativo di unificare le unità di misure in tutto il Regno, prima della definitiva adozione del sistema metrico decimale con l’Unità d’ Italia. Alla promiscuità delle misure si aggiungevano i metodi fraudolenti praticati da mercanti, gabellieri, locatari, funzionari, ecc., nell’uso degli strumenti per la misurazione: il tomolo, ad esempio, veniva riempito fino all’orlo ( e si diceva ‘a raso’ ) nel caso si dovesse pagare, oppure superandolo fino a che non cadevano i chicchi ( e si diceva ‘al colmo’ ) nel caso invece si dovesse riscuotere …. A danno ovviamente della povera gente!!!
La Sala e Casa Marzana
Note:
- M. Galante, Nuove pergamene del monastero femminile di San Giorgio (993-1256), Altavilla Silentina 1984, pp. 64-65-66. Documento n. V.
- nel periodo imperiale è documentato un Marcianus prefetto di Nola dall’84 all’86 d.C.
- Le vicende e le varie notizie sui ritrovamenti avvenuti sono raccontate in prima persona dall’amico Franco Celestino.
- “Prima dell’intervento di Arechi, Salerno era già una città piuttosto attiva come si intuisce dalla circolazione di numerose monete gote e bizantine conservate nel Museo Archeologico Provinciale: molte sono le monete di Giustino I, di Giustiniano, di Atalarico e di Eraclio. A queste ultime vanno aggiunte le rare epigrafi del V, VI e VII secolo rinvenute in città, per lo più proprio negli ambienti sottostanti la cappella palatina di Arechi II. Le sepolture nella chiesa ipogea chiariscono la continuità dell’uso di un edificio ecclesiastico tra il V e il VII secolo, da parte di famiglie di origine romana, greco-bizantina, gota: i nomi di Socrates, Albulo, Eutychia, Theodenanda, Verulo incisi sulla pietra appartengono ad abitanti di una città dove differenti etnie avevano superato la iniziale diversità e dove il flusso di denaro non sembra essersi mai interrotto”.
- P. Peduto, Introduzione, in Gruppo Archeologico Salernitano, San Pietro a Corte. Recupero di una memoria nella città di Salerno, Napoli novembre 2000, p. 12.
- “E’ ormai opinione diffusa che la calata dei longobardi in Campania significò squallore e desolazione economica solo peri pochi decenni del dominio di Zottone e degli inizi del governo di Arechi. Alla morte di Zottone nel 591 Arechi continuerà a spandere guerre per il Sud, ma già intorno al primo ventennio del VII secolo il Duca di Benevento dovette riordinare il suo territorio, fino a che nell’anno della sua morte (640 d. C.) prese Salerno senza bisogno di lotte. Le truppe longobarde erano passate da Rota-Vignadonica e da Olevano (a oriente di Salerno) senza colpo ferire e senza trovare resistenza. Gli storici sono concordi nel ritenere avvenuto tranquillo l’insignorirsi di Salerno da parte dei Longobardi; come Mai? E in secoli di assoluto bellicismo anche per fatti di microscopica entità? Lo Schipa, sulla scorta di una torbida fonte pensa che i salernitani fossero convinti dal vescovo Gaudioso a non combattere contro i beneventani e ad arrendersi. Troppo semplice – l’hospitalitas non è stata ancora studiata per la provincia salernitana, e la risposta al quesito andrebbe ricercata nella tradizione romana di concedere ai barbari quote parti dei prodotti fondiari secondo forme di funzioni che, a passaggi avvenuti e consolidati, dirimevano ogni altra rivendicazione. I barbari divenivano possessores; in l’annalistica che tace per guerre e desolazioni – ingigantite ad arte, et pour cause, da Gregorio – funziona da conferma ex silentio di quell’uso, tramandato fin nel VII secolo”.
- P. Natella, Vignadonica di Villa. Saggio di Toponomastica Salernitana, op. cit., pp. 7-8.
- “La costruzione della <> nel 1910, ha richiesto lo sbancamento del terreno che, dall’altezza dei Sabini si estendeva fino alla <> nuova. Il promontorio è stato letteralmente <> dalla strada.
“Relazione dell’Ingegnere Nicola Santoro, incaricato della riattazione della strada, così relazionava al Sindaco e Decurioni di Montecorvino, in data 9 settembre 1808:
Nel medesimo tratto si incontrano due rapide salite, una nel sito della fontana, prima di giungere nel Casale di S. Martino, e l’altra nel mezzo del Casale stesso di S. Martino, qual amedue possono di molto ripianarsi, la prima mediante un rialzamento di terra nella parte inferiore, e l’altra mediante un tagliamento di palmi dodici nella parte più eminente, ed un rialzamento nel principio della rampa”. G. Conforti- M. Maresca, Il territorio di Bellizzi. Appunti e Documenti, Bellizzi dicembre 2002, pp. 31-32.
- “Come fosse Rota in origine non è dato stabilire. In base alla limitatezza dell’abitato aveva forse all’esterno un aggere costituito, come dimostrano i generi costruttivi, da una normale palizzata in legno in cui si associava pietrame; può anche ipotizzarsi che l’aggere non sorgesse per tutto l’abitato ma si raccogliesse solo intorno alla mansio. … Se è così, l’impianto della mansio non era dissimile da altri scavati e studiati, ad es. la corte dell’Alpis Graia, in cui si riconobbe << .. un edificio a corte, con l’ingresso variamente aperto su un lato corto o lungo, comunque sufficientemente ampio per il passaggio di un carro, con ambienti più o meno vasti, a volte>>”.
- “Il termine Sala indica la casa per la residenza padronale nella Curtis, o anche centro per la raccolta delle derrate dovute al padrone. Potrebbe anche significare un elemento tipico di ogni distretto o unità poderale dipendente da un nucleo longobardo (Fara o un singolo dominus)”. D’Arminio – L. Scarpiello – C. Vasso – R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 13. F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, in Atti e Memorie dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere la “Colombaria”, n.s. XIV, XXVIII, 1963-64, pp. 153-155. Nel Glossarium Cavense (C.D.C., III, p. 225), compilato intorno al mille, Sala è spiegato come: domo in curte facta.
- “La Sala di Rota: Nei prodromi dell’oggetto avanzai per certa l’idea che l’area della sala nel forum sanseverinese a mercato fosse fin dall’VIII secolo abitata ruralmente e che segnalasse un iniziale apparato umano collaterale alla non lontana Rota. Alla Sala del forum facevano capo e corpo, in epoca di mercato i vari contadini per conoscere i prezzi, le novità di ogni genere, conferme e cambiamenti dei dati evolutivi dell’appoderamento, strumenti quotidiani di lavoro; a Rota – giuridicamente centro del gastaldato e sede ufficiale dell’attività operativa dell’intero plesso (acto Rota) – sussistevano, di contro, i ceti sovrastrutturali con i quali era necessario il colloquio per stare in pace col resto della gente, con i giudici che emettevano direttive, con gli advocati.
Per avvicinarsi alla sua storicità iniziale la sala di Rota si sostiene – ed è punto non contestabile – sulla per vero esigua sua esibizione nell’ambito dei numerosi attesti terrieri e dominicali. Si aggiunga al contrario di altre zone del Meridione, Rota è anticamente documentata a metà VIII secolo ma mai dico mai la sua sala è nota cartaceamente prima degli inizi del XII secolo. Fu leggibile nel Glossario Cavense l’equazione sala idest domo in curte facta. L’asserzione va ridiscussa. La circostanza propongo perché ci si avveda che la traduzione longobarda-latina di sala si effettuò, se tutto va bene, fra il 1005-1023 e il 1081 quando ormai la parola riguardava solo ed esclusivamente la casa da abitare avendo perduto il senso di costruzione inizialmente separata o separabile da altri edifici adibiti a ricetto; inoltre, il Glossario venne su quando vecchie parole non erano intese nel loro esatto riscontro e si preferì adottare una velocità di selezione onomastica per dimostrare l’avvenuta, come dire, museificazione del lemma. Si guardino altri due testi essenziali alla vita giuridica-amministrativa longobarda, sculdahis idest rector loci, e condoma idest curte ubi servi habitant ove il rector è esemplato sul concetto corrente nell’XI secolo di Ufficiale non più militare ma essenzialmente civile, e loci va inteso nel suo significato letterale di pertinenza topografica, ond’egli era quello che poi sarà l’eminente del paese.
<<…. Di sale nell’epoca più antica non se ne trova(no) a ogni passo nel paese popolato ancora dei casali e dei villaggi dell’età romana, e in un certo senso la sala aveva una funzione a sé rispetto agli altri caseggiati di una non ristrettissima zona. (Nella Valle di Blenio c’era la località di Sala dove per uso antico venivano, ad epoca fissa, i rappresentanti del potere giudiziario a tenervi i placiti cui erano obbligati ad assistere tutti gli abitanti liberi della valle)>>”.
P. Natella, I Sanseverino di Marsico una terra un Regno I. Il Gastaldato di Rota (VIII-XI secolo), op. cit., pp. 131-132-133-134. - “12 giugno 1728: La Sala dei Morti vicino allo Corrituro”. A.S.S., notaio S. Corrado, B. 3337.
- P. Natella, I Sanseverino di Marsico una terra un Regno I. Il Gastaldato di Rota (VIII-XI secolo), op. cit., p. 70.
- Il documento di donazione non indica con precisione dove fossero ubicati i fondi di Walpertus per cui si può anche ipotizzare una diversa collocazione abitativa dei suoi antenati, Fra i probabili siti del centro dominico, oltre a S. Martino, si può ipotizzare tranquillamente che la casa originaria della famiglia di Walpertus fosse sita nel vicino Locus di Pugliano, località ampia e ricca di toponimi longobardi.
- P. Natella, Il nome di Baronissi e la sua origine, in Il Postiglione, anni XXVI-XXX, numeri ventisette-trentuno, giugno 2018, p. 40.
- C.D.C., V, p. 185, febbraio 1030. Documento II.
- “Insieme al predetto avvocato [l’abate] pose come mediatore il conte Grimoaldo, figlio del fu Amizio, mentre lo stesso [Disio] nominò mediatore Amore, figlio del defunto Balsamo”. Documento III.
- C.D.C., III, p. 6, luglio 1034. Documento III.
- “29 ottobre 1557: Bello vende a Loiso De Angelo di S. Martino una possessione co alberi di olivi, querce e altri alberi fruttiferi, sito nel casale S. Martino e proprio nel luogo detto li Pastini, confinante con Lattanzio De Angelo, Sigismondo De Angelo, via pubblica, detto Compratore e l’Arcatura della Crogna”. A.S.S., notaio F. D’Alessio, B. 3251.
Diciotto – “Inventario dei beni del 1634 della Cappella di S Giacomo apostolo dei Rodoero: Item possiede la detta cappella due pezzetti di olive conformo istrumento pubblico del Notar Andrea Meo del 1624. I due olivetelli sono siti e posti nel casale S. Martino e proprio nel luogo detto li Pastini di S. Martino con 23 piedi di olivi grandi e piccoli e altrettanti piedi di pere, fichi e ulmo co viti intorno, confinante con i beni delli heredi di Antuono De Angelo, Diego De Dina, heredi di Francesco D’Arminio, Jacobo Pezuti. Detti oliveti per essere in loco sterile no sono Redditizi”. Archivio parrocchiale di S. Pietro, Libro Campione n. 15, p. 201 recto.
Note:
- A. S. S., notaio A. De Dario, B. 2732.
- Cfr. “Du Cange, et al., Glossarium mediae et infimae latinitatis, éd. augm., Niort : L. Favre, 1883-1887, t. 5, col. 016b”. Nel latino classico il termine ‘lama’ indicava un luogo argilloso e voraginoso originato da solchi dovuti alle piogge. Paolo Diacono nel primo libro della sua “Historia Langobardorum” al cap. 15 sostiene che i longobardi traducevano con ‘lamam’ il termine latino piscina, ossia peschiera (per pesci), cisterna: per estensione quindi si definirono ‘lama’ tutte quelle zone in cui l’acqua ristagna: paludi, acquitrini, pantani, ecc.
- Cfr. “Du Cange”, op. cit., t. 1, col. 637b: “Berdesca, castellum ligneum ad munitionem castri et oppidi”. Berdesca deriva dal latino medievale brittisca, cioè «torre o fortificazione bretone, alla maniera dei Bretoni», cfr. “Dizionario Treccani on line”, sub voce. In età medievale indicò una torretta, costruita in legno o muratura, realizzata a piombo o sporgente rispetto a un muro di difesa, con principale funzione di guardia e avvistamento. Cfr. “Carbone G., Dizionario militare, Torino, 1863”, sub voce; “Dizionario di fortificazione”, sub voce, in “De Marchi F., Architettura medievale, Roma, 1810”.
- Cfr. “J. Mazzoleni, R.Orefice, Codice Perris – Cartulario Amalfitano (Sec. X-XV), vol. III, Centro di Cultura e Storia Amalfitano, Napoli, 1987, pp. 819-822”.
- Archivio Diocesano di Salerno (d’ora in avanti A. D. S.), Reg. Mensa, n. 33 (k 33), interamente trascritto in “L. Scarpiello, R. Vassallo, A. D’Arminio, C. Vasso, Toponomastica storica montecorvinese, Battipaglia, 2001, pp. 25-33.
- Cfr. “Amalia Galdi, Conflittualità, dinamiche sociali e potere regio nella Salerno angioina: momenti di una ricerca in progress, Mélanges de l’Ecole francaise de Rome – Moyen Age” [En ligne], 123- 1 | 2011, mise en ligne le 20 février 2013, consulté le 22 mars 2023. URL: http://journals.openedition.org/mefrm/680; DOI : https://doi.org/10.4000/mefrm.680.
- Cfr. “AA. VV., Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 35-36.
- OCfr. “Mattia Casiraghi, Roberto Sanseverino (1418-1487) Un grande condottiero del Quattrocento tra il Regno di Napoli e il Ducato di Milano, tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Facoltà di Studi Umanistici, A.A. 2016-2017”, in particolare le pp. 20-28.
- Cfr. “Lorenzo Giustiniani, Dizionario Geografico – Ragionato del Regno di Napoli, vol. I, Napoli, 1797, p. 92.
- A. S. S., Notaio N. Venturello, b. 3247, atto del 30 dicembre 1557.
- Considerando che il moggio, misura di capacità nominale, corrispondeva a dodici tomoli e che il ‘tomolo napoletano’, in seguito alla riforma fiscale di Ferdinando I del 6 aprile 1480, misurava circa 55 litri, i 23 moggi ammontavano a circa 72 quintali di grano e circa 31 di orzo.
- Secondo la forma tipica degli atti notarili dei secoli XV-XVI( per cui cfr. “Leone Spelungano, Artis notariae tempestatis, Venezia, 1574, pp. 48-50”) l’affitto ‘ad staleum’ prevedeva solitamente il pagamento con i frutti del raccolto e che l’affittuario si assumesse tutti i rischi per «incendium, omnemque casum fortuitum, sterilitates, eventum bellorum, seu guerrarum discrimina, avium impressionem, et omnem aliam ruinam». Nella prassi, però, visti gli ingenti quantitativi di merce corrispondenti al prezzo da pagare, per evitare le frequenti liti giudiziarie nel caso di inadempienza dell’affittuario dovuta a eventi imprevisti, si concedeva allo stesso la facoltà di poter usufruire di una deroga nel pagamento qualora si verificassero tali circostanze. In concreto l’affittuario comunicava entro un tempo stabilito l’impossibilità di pagare tutto o parte dell’affitto a causa di mancato o scarso raccolto, impegnandosi comunque a corrispondere il dovuto negli anni successivi quando la produzione sarebbe stata ‘normale’.
- Nel meridione d’Italia l’unità di misura per gli aridi era il tomolo, che variava nelle diverse province, ma spesso anche tra villaggi vicini. La riforma di Ferdinando I del 1480, come detto alla nota undici, ne fissò la capacità a circa 55 litri, anche se l’editto regio trovò scarsa applicazione nella realtà, tanto che nel 1840 Ferdinando II di Borbone emanò una nuova legge nel tentativo di unificare le unità di misure in tutto il Regno, prima della definitiva adozione del sistema metrico decimale con l’Unità d’ Italia. Alla promiscuità delle misure si aggiungevano i metodi fraudolenti praticati da mercanti, gabellieri, locatari, funzionari, ecc., nell’uso degli strumenti per la misurazione: il tomolo, ad esempio, veniva riempito fino all’orlo ( e si diceva ‘a raso’ ) nel caso si dovesse pagare, oppure superandolo fino a che non cadevano i chicchi ( e si diceva ‘al colmo’ ) nel caso invece si dovesse riscuotere …. A danno ovviamente della povera gente!!!