Ricerche storiche di Lazzaro Scarpiello

Torello - Castro - Montecorvino

Locus Montecorvino

In epoca longobarda fra il torrente Trauso e il vallone di S. Marco è documentato il Locus Montecorvino, composto da piccole cellule abitative quali curtis e chiese rurali. Il nome deriva dai termini Monte e Corvo (1) e indicava originariamente l'attuale monte Castello. Il Nostro Locus è documentato nel 976 (2) e nel 1040 (3) ed era posto nel distretto della città di Salerno (4). Confinava con i vicini locus di Pugliano, Aiello e Martorano (5) ed era composto, come detto, da varie curtis, chiese e sulla sommità del monte da un castello.

In periodo normanno, con la formazione di un feudo affidato a un signore normanno, quindi di grande valenza economica, il castello assunse un ruolo di primo piano, grazie anche alla residenza in loco del nuovo feudatario. Questo nuovo assetto politico-militare determinò l'estensione del toponimo all'intero distretto feudale, così come è documentato nel 1122, 1167 e 1168. Il vecchio Locus si disgregò in varie piccole località denominate Castro Montecorvino, Santa Croce, Mortellis, Torello e Castello (6).

 

Note:

  1. P. Natella, Vignadonica di Villa. Saggio di Toponomastica Salernitana, Agropoli 1984, p. 8. A. D'Arminio - L. Scarpiello - C. Vasso - R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, Battipaglia 2001, p. 10.
  2. C.D.C., VIII, pp. 53-54. Per la datazione A. Di Muro - B. Visentin, Attraversando la Piana, Salerno 1994, p. 61.
  3. C.D.C., VI, pp. 122 a 131.
  4. A. D'Arminio - L. Scarpiello - C. Vasso - R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 10.
  5. B. Visentin, Destrutturazione tarda antica e riorganizzazione alto medievale nelle terre del picentino (sec. VI -XI), in Schola Salernitana, annali III - IV, a. 1998 -1999, pp. 231 -232.
  6. "Emblematico è il caso del toponimo Montecorvino che da semplice <<Locus>> nel periodo Longobardo, comprendente il monte Castello e la zona sottostante, si estese nel periodo Normanno all'intero territorio, grazie anche alla residenza del signore del feudo e al ruolo politico assurto dal Castello. Nel XIII secolo, infatti, la zona originaria del Locus venne chiamata <<Castro Montecorvino>> e <<Villa Montecorvino>> per differenziarsi dal resto del territorio". A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, La stratificazione dei toponimi nello <<Stato di Montecorvino>> tra tardo antico e il rinascimento, In V. Aversano, Studi del Car. Topon., n. 1-2, Fisciano 2006, p. 104.

Castro Montecorvino

La dicitura (termine) Castro Montecorvino o Montecorvino indicava una piccola fascia di territorio posta alla base del monte Castello, fra Nuvola e Santa Croce e composta da piccoli abitati gravitanti intorno a varie chiese: San Marco de Castro , San Giuda de Castro, San Matteo de Castro e Santa Maria de Castro. E' interessante notare come nel 1308-09 alcune di queste vengano dette indifferentemente Castro Montecorvino e Montecorvino.
La storiografia passata e presente ha fatto molta confusione nella localizzazione di questi edifici sacri posizionandoli in varie zone di Montecorvino o addirittura ritenendoli parte integrante del Castello. Analizzando il Ratio Decimarum del 1308-09 si evince che questi Benefici avevano fra di loco cappellani comuni e che quindi erano uno vicino all'altro, costituendo un ambito territoriale ben specifico ed omogeneo.
Un successivo documento del 1583 (1) ci informa che al disotto del castello vi erano i benefici di S. Marco, S. Maria del Castello, Santa Croce, S. Maffeo de Mortellis e S. Giovanni de Mortellis. L'atto testimoniale di d. Camillo Aiutolo e d. Domizio Morese aveva lo scopo di individuare le chiese poste al confine della diocesi di Acerno ed evitare, così, in futuro eventuali pretese o sconfinamenti territoriali da parte del clero acernese. Da quanto dichiarato dai due presbiteri emerge chiaramente che Castro Montecorvino o Montecorvino era posizionato lungo il vallone S. Marco - Colonne - Mainente. Esso costituiva, nella prima fase del periodo normanno, un agglomerato aperto ben specifico, articolato su alcune motte naturali, dove erano costruite piccole rocche. La ricchezza di acqua, grazie anche alla presenza di alcune sorgenti, e la sua centralità facilitarono l'insediamento di varie famiglie particolarmente legate al nuovo feudatario normanno.

La presenza di una strada che dal castello scendeva a S. Marco e poi si immetteva nel reticolo viario Santa Croce - Torello e Nuvola - S. Martino e l'appartenenza di alcune famiglie al nuovo ceto dominante, favorirono la sua crescita demografica. Esso, quindi costituiva fra XI e XII secoli uno dei maggiori abitati in cui era articolato il territorio di Montecorvino.
Lo smembramento del feudo in tanti suffeudi allodiali, assegnati a vari militi e la distruzione con relativo abbandono del castello, avvenuto nel 1122, influirono marginalmente sulla struttura sociale di Castro Montecorvino. I militi sostituirono il potere del signore del feudo e si insediarono nel territorio, continuando così a mantenere saldo ed unito il preesistente modello sociale.

Nel 1167, con l'assegnazione in feudo di Montecorvino all'Arcivescovo di Salerno, il potere dei militi venne ridimensionato a vantaggio di nuove figure, quali vassalli e allodieri. Questi nuovi boni homines, erano interamente legati al nuovo potere feudale, ricevendo in cambio della loro fedeltà incarichi e concessioni feudali. Il nuovo articolato socio economico rimase intatto fino alla Guerra del Vespro ed è documentato in vari atti del 1172, 1238 e 1257-60. In particolare nei documenti del trienni 1257-60 emerge una piccola dissonanza del termine che indica la chiesa di Santa Maria, la quale viene detta indifferentemente de Castro Montecorvino e de Villa Montecorvino. I due termini indicano chiaramente che la Nostra chiesetta era posta "in un insediamento aperto, relativamente agglomerato, avente una certa consistenza ed identità" (2.) Un ulteriore conferma su quanto detto si riscontra dalla presenza di ben quattro chiese, le quali rappresentavano il fulcro attorno al quale ruotava la vita sociale e religiosa della comunità castrense. Queste chiesette, inoltre, offrivano attraverso le ricorrenze religiose e le feste in onore della madonna e dei santi a cui erano intitolate le poche occasioni di socialità ed incontro per la popolazione locale (3.)

Il Ratio Decimarum del 1308-09 ci offre un quadro completo ed esaustivo sulle chiese esistenti nella Arcipretura di Montecorvino, offrendoci la possibilità di valutare la consistenza e la gestione di esse, confrontandoli con le altre chiese del distretto. Si denota, inoltre, che le entrate e le offerte dei fedeli erano alquanto scarse, segno tangibile di un irreversibile e lento declino. Questa crisi socio economica, incominciata già durante la Guerra del Vespro, e proseguita nei decenni successivi, era dovuta all'emigrazione o al declino delle famiglie più facoltose e influenti di Castro Montecorvino. Pur conservando intatto e integro il territorio su cui era posto e nonostante la ricostruzione del castello, il nuovo assetto di potere creatosi negli abitati circostanti non permise una futura rinascita demografica e sociale ma venne utilizzato sola a scopo agricolo pastorale.

La documentazione successiva non offre nessun indizio o notizia sulla presenza di un insediamento stabile e duraturo, ma ci indica che i terreni e le strutture abitative presenti erano in possesso di vari proprietari residenti nei vari casali di Montecorvino e utilizzate solamente per rifugio momentaneo o per ricovero di pecore, asini e altri animali domestici

 

Note:

  1. A.D.S., Ben. e Cappelle Mont. Pugliano 1374-1568. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, Battipaglia 2006, p. 30.31.
  2. "Viene poi affermandosi definitivamente l'impiego di termini nuovi, decisamente più stabili nel loro significato insediativo. Diviene sempre più frequente il termine Villa". M. Ginatempo - A. Giorgi, Fonti documentarie per gli insediamenti medievali, in A. M., 1996, pp. 26-27. A. D'Arminio - L. Scarpiello - C. Vasso - R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 52.
  3. "Gli uomini che abitano questi insediamenti hanno come nucleo forte della loro vita sociale le piccole chiese sparse nella contrada che segnano i tempi e ritmi delle feste e dei momenti di aggregazione spirituale, oltre a costituire talora i fulcri dell'organizzazione dei casali". A. Di Muro, La Piana del Sele in età normanna-sveva. Società, territorio e insediamenti, Bari 2005, p. 44.

San Marco de Castro

Fra i due valloni di S. Marco è posta una collinetta che per le sue caratteristiche morfologiche ben si adatta alla costruzione di una piccola rocca normanna. Essa ha una fisionomia a pendio sui fianchi e piana sulla cima, in posizione dominante e, sopra tutto, molto vicina al castello. Ai suoi lati é attraversata dal principale asse viario del territorio (1), cosa che la rende strategicamente importante per il controllo di questa parte di Castro Montecorvino. Sulla sua sommità, nella prima fase del periodo normanno venne costruito un piccolo borgo fortificato, costituito dalla casa del milites, dalla chiesa di S. Marco (2), dai depositi e dalle stalle, Il tutto era recintato da un muro in pietra o in legno, con una porta di ingresso e una torre di avvistamento e difesa. Tra il piccolo borgo e la sottostante via pubblica vi era una via vicinale (3), lungo la quale erano poste alcune case in legno dei contadini dipendenti.

In una fase successiva, per l'emigrazione o la decadenza della famiglia dominante, la chiesa di S. Marco, e per essa il suo rettore, assurse al ruolo di dominus, divenendo così il principale riferimento per gli abitanti del villaggio (4).

Il nuovo assetto del potere feudale consentì l'emergere di nuove famiglie legate all'Arcivescovo di Salerno, le quali erano parte integrante del nuovo tessuto sociale castrense. Una di queste erano i coniugi Gifoni e Benenata i quali negli anni trenta del XIII secolo ricevono dal nuovo signore del feudo, ad laborandum una terra con vigna, olivi, vacuo e altri alberi fruttiferi, con casa dentro, in parte diruta, e palmento, sita e posta nel casale di S. Martino. Alla morte di Gifoni, la vedova, nell'ottobre del 1238 (5), si reca ad Olevano, dove, alla presenza dell'Arcivescovo Cesario, riceve dall'abate Luca Saponario, procuratore della Chiesa di Salerno, la terra con casa dentro, posseduta in precedenza, con gli stessi oneri ed obblighi di conduzione presenti nel primo contratto . A garanzia di Benenata compare Matteo de Basile de Castro Montecorvino, il quale si impegna a far adempiere tutto quello contenuto nella stipula. La nostra Benenata, pur avendo diversi obblighi, fra cui la consegna annuale di parte del vino e dei frutti ricavati dal fondo, é una donna libera, in grado di sottoscrivere qualsiasi atto necessario alla sua famiglia e, sopra tutto, ha la possibilità di poter vivere nella sua casa di S. Marco.

Nel 1308-09 la chiesa di S. Marco è retta dal salernitano Riccardo de Copula (6), il quale gestisce anche i beni di S. Giuda de Castro. I due Benefici assommavano alla somma di once II e tarì XX , cosa che gli consentiva di essere nel vecchio distretto di Locus Montecorvino il presbitero più ricco e influente. Grazie a questa posizione dominante del rettore, gli abitanti di S. Marco usufruivano diversi vantaggi, fra cui l'assegnazione in affitto dei terreni dei due benefici. La rendita della chiesa derivante dalle offerte dei fedeli era la più cospicua del vecchio Locus ed era il sintomo di una presenza di popolazione maggiore rispetto alle cellule abitative circostanti. Probabilmente, la sua conformazione a pendio, associata al prestigio e al potere della chiesa di S. Marco, l'aveva preservata dal declino demografico che aveva colpito la restante zona castrense. Tuttavia, nei decenni successivi, a causa della peste nera e del declino della rettoria di S. Marco, anche il nostro abitato si spopolò e venne abbandonato dai suoi abitanti.

Nel Cinquecento la chiesa risulta associata e unita in un unico Beneficio con Santa Croce. Nel 1508, per lo spazio di tre mesi si susseguirono nella sua gestione ben tre rettori: d. Gennaro Maiorino, d. Giovanni de Sicignano (7) e d. Pietro Celestino (8). Il territorio, invece era coltivato per lo più ad olivo, ed era posseduto da vari proprietari residenti nei villaggi vicini.

 

Note:

  1. "17 settembre 1560: I nobili Aurelio e Angelo Morretta vendono a Remedio Diomelodiede un oliveto sito e posto a Montecorvino e proprio dove si dice Santo Marco, confinante con Gabriele de Invidiato, via pubblica et altri confini. A.S.S., notaio N. Venturello, B. 3252.
  2. "Molti storici hanno posizionato erroneamente la chiesa presso l'attuale convento della Misericordia. Essa invece era sita all’interno di un oliveto appartenente nel 1729 alla chiesa di S. Pietro: <>". Archivio di San Pietro di Montecorvino, Libro Campione n. 16, p. 70. B. D'Arminio - N. Fortunato, Il patrimonio della insigne Collegiata di S. Pietro di Montecorvino Rovella, Salerno 2011, pp. 118-119. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31-42.
  3. "Nel 1634, fra i beni della Chiesa di S. Pietro: Item à Santo Marco, avanti la chiesa sono sette piedi di olivi, giusto li beni del Rev. Capitolo di S. Pietro, la via pubblica, lo vallone che scende alla fontana di Nubula et altri". Archivio di San Pietro di Montecorvino, Libro Campione n. V , p. 52.
  4. " .. ma una situazione non diversa trapela dalla documentazione relative alle chiese minori dei casali in particolare e del territorio gravitante intorno al castellum Eboli in generale; queste si configurano, infatti, come detentrici di beni patrimoniali, per lo più fondiari". A. Di Muro, La Piana del Sele in età normanna-sveva. Società, territorio e insediamenti, op. cit., p. 44.
  5. “Benenata, vedova del fu Gifono, il quale fu detto di San Marco, del Castello di Montecorvino”. J. Mazzoleni - R. Orefice, Codice Perris. Centro di cultura e storia amalfitano, Annali 1988, pp. 503 a 506.
  6. M. Inguanes - L. Mattei Cerasoli . P. Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania, città del Vaticano - Biblioteca Apostolica MDCCCCXLII, documento n. 2..A.. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31-42.
  7. "30 maggio 1508 Salerno: L'Arcidiacono Salernitano assegna al venerabile Don Giovanni de Sicignano, Cappellano del Rev.. mo Domino Roberto II di Sanseverino, Principe di Salerno, la cura del Beneficio di Santi Marci de Castro et Santa Crucis de Terra Montecorbino per la morte del fu honorabile viro Don Gennaro Maiorino de ditto loco, ultimo e immediato beneficiato." Dopo alcuni mesi i due Benefici passarono nelle mani dell'Arcipresbitero di Montecorvino, per l'avvenuta morte di Don Giovanni de Sicignano". A.D.S., Ben. e Cappelle Mont. Pugliano 1374-1568. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31 -42.
  8. "31 agosto 1508: Don Pietro Celestino, Arcipresbitero de Castro Montecorbino, prende corporale possessione e cura della Cappellania di Santi Marci de Castro de Montecorbino per la morte dell'ultimo Cappellano, Don Giovanni de Sicignano". A.D.S., Ben. e Cappelle Mont. Pugliano 1374-1568. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31 -42.

San Giuda de Castro

Gli autori del Ratio Decimarum hanno erroneamente trascritto il nome di S. Giuda con S. Giudico, un santo inesistente e non documentato. La chiesa, quindi, era dedicata a S. Giuda Taddeo, apostolo di Gesù, invocato per i miracoli difficili o particolarmente difficoltosi. Il complesso casa chiesa fu costruito nei primi decenni del periodo normanno, lungo la strada che da S. Marco, costeggiando il Mainente, arrivava a casale di S. Martino. Era posto poco al disotto di S. Marco, al confine fra la diocesi di Salerno e quella di Acerno. Il piccolo abitato era parte integrante di Castro Montecorvino ed era ancora esistente all'inizio del'300. Nel Ratio Decimarum la chiesa risulta gestita dallo stesso rettore di S. Marco, mentre il cappellano era il beneficiato di S. Bartolomeo de Mortellis (1).

 

Note:

  1. "La chiesa si trovava nelle vicinanze di S. Marco de Castro, per entrambe il rettore era Riccardo Copula di Salerno. La gestione era affidata al presbitero Francesco che era anche rettore di S. Bartolomeo de Mortellis". A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31- 42, documento n. 2.

San Matteo de Castro

Il vallone delle Colonne nasce da due biforcazioni poste sotto una parete arenaria e scende per circa 500 metri fino alla confluenza con il primo vallone di S. Marco, formando in seguito il torrente Mainente. Il termine colonna indicava un pilastro in pietra o in marmo a forma rotonda, utilizzata per lo più per edifici o porticati di case o ville di famiglie facoltose o benestanti. Nel nostro caso non essendoci colonne naturali in arenarie o in pietra, si riferiva, quasi sicuramente, a una abitazione sita in loco, dotata di un porticato costituito da piccole colonne in pietre.

Il vallone, documentato per la prima volta nel 1555, attraversava per intero la località S. Matteo, dividendola in due parti. In seguito il termine sostituì l'antico luogo di S. Matteo, estendendosi poi fino ai vicini toponimi di Santa Croce e Sottano (1), inglobando, quindi, il complesso casa-chiesa di S. Matteo de Castro. I due edifici furono costruiti nel primo periodo normanno da un milite, in una posizione elevata, ai bordi di una via antica che li collegava con S. Marco, Nuvola e S. Maria de Castro. Lungo la strada e vicino al complesso casa chiesa, si formò un piccolo villaggio, abitato dai coloni dipendenti del milite, sulla cui durata e consistenza non abbiamo riscontri documentali.

Con l'emigrazione della famiglia del milite, la chiesa di S. Matteo, e per essa il suo rettore, divenne il principale proprietario terriero e maggior datore di lavoro. Il villaggio, probabilmente, era già in declino, quando a fine Duecento la Guerra del Vespro lo ridusse ai minimi termini. Dal Ratio Decimarum, il Beneficio, tenuto dal diacono Rogerio de Olibano,, era il più povero fra le chiese castrensi, mentre la cura dei pochi abitanti era affidata a d. Nicola, il quale era anche il cappellano della vicina chiesa di S. Maria de Castro (2). Nonostante la tenuità dei beni, la chiesa riuscì a funzionare per altri due secoli. Intorno alla metà del '500, viene definita "Semplice Beneficio di S. Matteo del Castello" e assegnata dall'Arcidiacono Salernitano al canonico salernitano d. Matteo Bonello. Il nuovo Beneficiato, per sua comodità e per soddisfare le messe e gli obblighi ecclesiastici ’assegna la sua custodia a d . Altobello Celestino, presbitero del Capitolo di Montecorvino (3).

 

Note:

  1. A.S.S., notaio D. Pica, B. 3303, 10 maggio 1657.
  2. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31-42, documento n. 2.
  3. A.D.S., Ben. e Cappelle Mont. Pugliano 1374-1568. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 31-42.

Santa Maria de Castro

Nella parte iniziale il vallone Mainente costeggia il bordo occidentale del piano su cui era posta l'antica località di S. Maria. Si tratta di un rilievo a pendio di forma rotondeggiante, sito in posizione elevata rispetto alla sottostante via antica Nuvola - S. Croce - Torello. La possibilità di controllare questo tratto viario e il difficile accesso ad esso favorirono l'insediamento di un signore normanno, il quale costruì un piccolo centro fortificato. Esso era simile a quello di S. Marco e costituito da una casa signorile, dalla chiesa di S. Maria, dai depositi, stalloni per animali e da una torre di osservazione e difesa. Il tutto era circondato da un muro in legno o in pietra che ne garantiva la difesa del lato nord, dove era posto il piccolo abitato dei contadini dipendenti.

Intorno alla metà del XII secolo, l'intero complesso casa chiesa era in possesso dei fratelli de Corsellis, i quali lo ereditarono o comprarono dalla famiglia del fondatore. Nei primi anni '70 del secolo ,i de Corsellis si divisero i beni, le case fortificate e le chiese contigue, emigrando a Salerno, dove svolgevano, probabilmente, le mansioni di militi. La chiesa di S. Maria, quindi, mediante il suo rettore, assunse il ruolo di dominus del borgo fortificato e del casale circostante. Nel novembre del 1172, Matteo de Corsellis, "oriundo di Montecorvino, vende all'Arcivescovo di Salerno, Romuoldo Guarna, due terre vacuam laboratoriam e la sua porzione di S. Maria di Montecorvino con tutte le cose stabili e mobili ad essa pertinenti, con potestà sulle loro vie, e con le costruzioni in essa presenti" (1). Il discreto numero di beni e la sua fortuna cultuale, consentirono alla chiesa di acquisire vari beni nella località Laurito (2) e garantire per buona parte del Duecento introiti al rettore e al cappellano e lavoro ai censuari di essa. Nell'ultima parte del secolo, l'abitato subì un netto declino, documentato nel 1308, quando le 'entrate dei fedeli di S. Maria sono di poco superiori a S. Bartolomeo de Mortellis e S. Matteo de Castro, con la quale condivide il cappellano. I suoi beni sono alquanto scarsi, garantendo al suo rettore solo tarì XX, sintomo di poca produttività dei terreni o di cattiva gestione degli stessi (3).

Durante il Quattrocento, la chiesetta viene acquistata dalla famiglia Santomango di Salerno, con facoltà di nomina del rettore e del cappellano, garantendo così la sua funzionalità. Nel 1505, i Santomango nominano rettore d. Bernardino Alfinito di Santomango (4). La lontananza dei rettori, interessati solo alle poche rendite, provocò il definitivo abbandono dell'edificio sacro e la soppressione del Beneficio da parte della Curia Arcivescovile di Salerno (5).

 

Note:

  1. A. Giordano, Le pergamene dell’Archivio Diocesano di Salerno (841-1193), Battipaglia 2015. D'Arminio - L. Scarpiello -V. Cardine, Chiese di Montecorvino e Gauro. Istituzioni religiose e vita sociale nella Diocesi di Acerno, Montecorvino Rovella febbraio 2018, p 170.
  2. J. Mazzoleni - R. Orefice, Codice Perris. Centro di cultura e storia amalfitano, op. cit., pp. 615-616-634-635.
  3. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p 32, documento n. 2.
  4. A.D.S., Ben. e Cappelle Mont. Pugliano 1374-1568. A. D'Arminio L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p 32, 19 marzo 1505.
  5. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 30 -31, 25 maggio 1583.

Capialbi - Santa Croce

Nella fascia pedemontana sita fra Castro Montecorvino e Torello, al di sopra dei valloni di Santa Croce e S. Maffeo, si formò, a partire dal XII secolo, un casale composto da piccole cellule abitative dove risiedevano famiglie di origine vassallatica. La zona ben si prestava a tale forma di insediamento mono cellulare per la presenza di sorgenti di acqua, le caratteristiche dei terreni, che garantivano la coltivazione dell'arbosto vitato, olivi e altri alberi fruttiferi, la sicurezza del sito e una rete viaria che garantiva i collegamenti con Castro Montecorvino, Nuvola, S. Martino, Aiello e Torello.

Lo sviluppo socio economico di queste famiglie, che acquisirono il possesso pieno di una parte del territorio, favorì nel XIII secolo il consolidamento abitativo e un relativo incremento demografico con la costruzione di piccole chiesette. Una di queste, dedicata alla SS.ma Croce, culto particolarmente diffuso nel Duecento, era posta lungo l'importante asse viario Torello - Nuvola - S. Martino. Fondata, probabilmente, nella prima metà del XIII secolo e parte integrante di un piccolo complesso padronale, costituito da casa chiesa, divenne nel corso del secolo il principale riferimento toponomastico del intero villaggio (1).

Negli anni '60 del secolo, Giacomo Manganario, di Salerno, comprò in località Capialbi, sopra e vicino la chiesa di S. Croce, due pezzi di terreni, di circa 7.000 metri quadri, coltivati ad olivo, vite e con vacuo per un prezzo di 5 oncie d'oro. In uno dei due vi era una casa terranea in muratura, dove quasi sicuramente abitava la famiglia del venditore. Di questo piccolo proprietario non conosciamo il nome, ma sicuramente abitava in zona, nella predetta casa terranea. L'acquisizione di questi due piccoli poderi con casa da parte del Manganario era dovuto allo stato di necessità del nostro piccolo proprietario, il quale per liberarsi di un prestito oneroso, fu costretto a disfarsi del bene più prezioso che aveva. La conferma su quanto detto l'abbiamo nel giugno del 1262 (2), quando il nostro Giacomo, considerando che la proprietà era distante e non gestibile, la permuta con due selve appartenenti all’Arcivescovo di Salerno. Lo scambio era vantaggioso per entrambi, sopra tutto per il Prelato, che essendo il signore del feudo, poteva facilmente assegnarlo in fitto, ricevendo in cambio una somma adeguata al valore della proprietà. I due terreni con casa e vacuo erano in parte chiusi da siepi e confinavano con due vie pubbliche, i beni di Giacomo Domino Filippo, Marcone Mannello, Aloara Milieri e Giovanni de Acerno. Dal documento si evince che il nostro sito era attraversato da varie vie pubbliche, parcellizzato in vari piccoli fondi abitati e aveva un alto valore economico. Capialbi - S. Croce, quindi, rappresentava un aggregato umano compatto e omogeneo, al pari di Castro Montecorvino e di altri casali di Montecorvino. La presenza di piccoli e medi proprietari é confermata anche nel 1279, quando Maria, figlia di Gualtiero de Lando Risso e vedova di Giovanni de Acerno, uno dei confinanti dei fondi di Capialbi, dona tutti i beni paterni, materni e la quarta parte della dote alla Frateria della Chiesa Maggiore di Salerno (3). Dai beni assegnati é esclusa una casa solariata (4), unita con i beni della figlia Maria, moglie di Bartolomeo de Costantino, in quanto l'aveva donata in precedenza alla detta figlia. La nostra Maria é in pieno possesso dei beni, é una donna libera, consapevole dei suoi diritti tanto che per sua convenienza elegge come suo "manualdo Giovanni de Cancello, giudice nel detto atto, ponendo se stessa come fideiussore, rinunciando al senato consulto velleiano (5) ed ogni assistenza legale". Nella stipula dichiara, inoltre, "di non aver ricevuto nessuna violenza o costrizione ma lo fa spontaneamente per riverenza a Dio onnipotente e alla Beata sempre Vergine Maria, Madre sua, nonché a S. Matteo apostolo ed evangelista, nostro Patrono". Dietro la sincera e spontanea dichiarazione si celava , anche l'intenzione da parte sua di ingraziarsi l'Arcivescovo di Salerno, signore di Montecorvino, affinché avesse un atteggiamento benevolo nei confronti della figlia e del genero onde favorire in futuro l'assegnazione di incarichi o concessioni feudali alla sua famiglia. Sulla consistenza e sulla localizzazione dei beni donati e su quelli in possesso della figlia, non abbiamo nessun riscontro. Si può solo ipotizzare che fossero dislocati in diversi luoghi del villaggio o nei vicini aggregati di Castro Montecorvino, Torello e Aiello. Per la casa solariata e la terra circostante toccata alla figlia, invece, é molto probabile che fossero a Capialbi (6), dove Giovanni di Acerno, marito e padre delle due Marie, risulta fra i proprietari confinanti delle terre assegnate in permuta nel 1262 all'Arcivescovo feudatario.

Il villaggio subì, così come avvenuto per Castro Montecorvino, un parziale spopolamento con l'emigrazione delle famiglie più importanti e influenti. Intorno alla chiesa di S. Croce l'abitato subì un minor declino così come appare dalle rendite della Chiesa, pari a tarì III e grana XIII. Il rettore era D. Marino Brancaccio che aveva una rendita di once una. I cappellani erano D. Accurso e D. Sancoris che per il loro servizio ricevevano tarì X (7).

Il villaggio Capialbi - S. Croce ebbe nel corso del '300 un totale declino demografico a causa dell'insicurezza e del banditismo dilagante. Diviso in varie cellule abitative quali Capialbi, S. Croce, Carfagni, S. Maffeo e Sottano, il vecchio sito a causa della disgregazione sociale e dell'emigrazione divenne zona periferica dei vicini casali di Torello e Nuvola e utilizzata solo per l'agricoltura e la pastorizia.

 

Note:

  1. "Nel 1663 la chiesa diruta di Santa Croce era posta nell'oliveto dei fratelli Maiorini. Don Gennaro e Don Pompeo Maiorino possiedono un oliveto al luogo Santa Croce, giusto ecclesia diruta di Santa Croce, via pubblica e il vallone". A.S.S., notaio D. Pico, B. 3303. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp 33 - 43.
  2. L. Pennacchini, Pergamene salernitane, Salerno 1941, pp. 164 a 168.
  3. L. Pennacchini, Pergamene salernitane, op. cit., pp, 69-70-71, agosto 1279.
  4. Nella terminologia medievale riguardante le tipologie costruttive esistono delle “formule di pertinenza” che sottintendono una concreta realtà, con una minuziosa dovizia di particolari precisi nella descrizione e delimitazione dei beni oggetto dei vari negozi giuridici. L’abitazione vera e propria veniva indicata con il termine generico di casa, mentre i due vocaboli sala e solarium facevano riferimento a due tipologie abitative diverse. Solarium e casa solariata suggeriva un’abitazione che si sviluppava anche verticalmente; sala invece indicava un edificio sempre ad uso abitativo ma che si sviluppava soprattutto orizzontalmente, un pianoterra.
  5. Per “velleiano” s’intende il famoso senatoconsulto del 46 d. C. col quale fu vietato alle donne di intercedere, cioè di assumere obbligazioni in favore di altri. Quindi il “beneficio velleiano” proibiva alle donne di fare da fideiussore: « Così il beneficio del senatus consulto vellejano de mulierum intercessionibus a detta de’ prammatici, e per molte consuetudini deve cessare, se la donna sia pubblica negoziatrice, e si obblighi per oggetti relativi al commercio da essa esercitato », cfr. Analisi ragionata del diritto civile francese col confronto delle leggi romane, aut. P. L. C. Gin, traduzione italiana di Tommaso Nani, Vol. I, Milano, 1805, p. 99, nota 68.
  6. Il nome di Maria assegnato alle donne della famiglia Lando Risso e Giovanni de Acerno indica che la venerazione verso la Vergine nel vecchio "Locus Montecorvino" era molto radicata. Nel nostro caso ha influito la vicinanza della chiesa di S. Maria de Castro e l'opera pastorale svolta dai suoi rettori e cappellani nei villaggi di Castro Montecorvino e Capialbi - Santa Croce. I due nomi dati a madre e figlia sono una ulteriore prova che il piccolo insediamento dei Lando Risso e Giovanni de Acerno fosse localizzato a Capialbi, nelle immediate vicinanze di S. Maria de Castro e della nuova chiesa di Santa Croce
  7. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p 33.

Santa Croce

Il nome assegnato al villaggio é composto dall'antroponimo Capialbi (1) e dall'agionimo Santa Croce. In origine era solo Capialbi, poi, con la costruzione della chiesa venne sostituito con termine Santa Croce. A partire dal 1262, l'agionimo si estende e ingloba tutta la fascia alta di territorio compresa fra Castro Montecorvino e Torello. Tale fortuna toponomastica era dovuta sia alla presenza della chiesa dedicata alla SS.ma Croce sia perché luogo di incontro fra i vari "Sindacos" di Montecorvino. L'Università é documentata per la prima volta nel 1271 (2). Durante la Guerra del Vespro i nuovi distretti amministrativi assunsero un ruolo di primo piano nella difesa del territorio, fornendo uomini e risorse nella lotta contro i siculi aragonesi (3). La necessita di coordinarsi da parte dei rappresenti dei vari casali di Montecorvino, diede origine alla consuetudine di congregarsi in un luogo ben specifico. Santa Croce, per il suo reticolo viario che lo rendeva centrale rispetto agli altri abitati (4) e l'appartenenza a un villaggio socialmente elevato e con una buon numero di abitanti, ben si prestava a essere scelto per tale funzione. Quindi, per questi motivi, gli incontri si svolgevano nel sito e precisamente vicino alla chiesa (5). La conferma l'abbiamo in un documento del 24 luglio 1425, quando "i Sindacos si congregano apud locum Sante Crucis pertinentia Montecorvino. In eodem die in nostra presentia congregata in Unum Universitas hominum terre Montecorvini et homines Universitatis ipsius in dicto loco Sante Crucis ubi congregari actemus consuerunt .. predecti Sindacos: Ambrosij De Ligorio, Fredelli Costancij, Johanni De Angerio et Riccardi De Giorgio" (6). La ripartizione dei rappresentanti fra i vari atti in cui era divisa l'Università esprime ancora l'equilibrio demografico esistente fra la parte nord occidentale degli abitati di Pugliano, Occiano, Aiello, S. Martino, S. Tecla, Torello e Castro Montecorvino e quelli gravitanti intorno al casale di Rubella, sede della curia dell'Arcivescovo. Durante il secolo, la crescita socio economica dei casali orientali (Rovella, S. Eustachio e Martorano) e il definitivo spopolamento degli abitati di Castro Montecorvino, Capialbi - Santa Croce e Aiello, determinarono l'abbandono del sito di Santa Croce in favore di Pugliano e Rovella.

La chiesa di Santa Croce seguì le medesime vicende del villaggio, decadendo quasi completamente. Alla fine del Quattrocento, infatti, durante il lungo rettorato di D. Gennaro Maiorino, il Beneficio venne unito con quello di S. Marco, per meglio garantire la rendita ai suo rettori (7). Nel XVI e parte del XVII secolo, i rari documenti ci confermano l'esistenza di un unico beneficiato, l quali non potendo gestire al meglio le due chiesette, abbandonarono gli edifici sacri, garantendo però la celebrazione delle "messe di obbligo" (8).

 

Note:

  1. Il toponimo “capialbi” (da “caput” - testa, e “albus” - bianco ) molto probabilmente deriva da un soprannome legato a una caratteristica fisica: uomo dalla testa bianca, chiara. Se il toponimo fosse stato al singolare avremmo dovuto ipotizzare che il nomignolo potesse essere stato attribuito a una qualsiasi persona dalla testa bianca, ad esempio una persona anziana ( e quindi avremmo avuto “capalbo”, o “capobianco”, cognomi abbastanza diffusi ancora oggi). Nel nostro caso, però, il plurale sta ad indicare un gruppo di uomini, una famiglia, mentre la preposizione “a li” il luogo dove tale gruppo era stanziato. Possiamo ipotizzare quindi l’arrivo di un gruppo di uomini dalla “testa chiara” (probabilmente biondi) che si impossessarono di quel determinato luogo, il quale venne detto appunto “a li capialbi”, cioè «il luogo dove dimorano gli uomini dalla testa chiara». Uomini dalla caratteristica capigliatura chiara furono i normanni, anche se non si può escludere un’origine longobarda del toponimo. A cura di Vito Cardine.
  2. A. D'Arminio - L. Scarpiello - C. Vasso - R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., p. 22.
  3. C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano sec. XIII, II, Subiaco 1936, p. 195.
  4. Archivio di San Pietro di Montecorvino, Libro Campione n. 5, anno 1634, p. 95.
  5. "Nei tempi remoti per le occorrenze comunali questi agenti prescelti al reggimento della Università si congregavano pei pubblici convegni nel sito dicevasi Santa Croce, nelle vicinanze del casale Torello, accosto alla Pietra così detta del Medico, ed ancor oggi vedendo quei ruderi della chiesa e della cancelleria sei quasi tuo malgrado invitato a contemplare silenzioso quanti fatti clamorosi con le più sensate deliberazioni nelle municipali conclusioni ebbero a risolversi in quei tempi trascorsi". F. Serfilippo, Ricerche storiche sulla origine di Montecorvino nel Principato Citeriore, Napoli 1856, p. 26. Da quanto riferito dal Serfilippo, vissuto intorno alla metà del '800, é interessante rilevare la sua testimonianza sulla presenza e la qualità degli edifici della chiesa e casa di Santa Croce.
  6. A. D'Arminio - L. Scarpiello - C. Vasso - R. Vassallo, Toponomastica storica montecorvinese, op. cit., pp. 44 -45.
  7. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p 33.
  8. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p 33.

San Maffeo

Il piccolo abitato, costituito da casa e chiesa dedicata a S. Matteo (1), era posta lungo la strada (2) Santa Croce - Zillo, vicino a una sorgente di acqua (3). Esso era parte integrante del casale Capialbi - Santa Croce, seguendone in tutto e per tutte le sue vicende.

Nel 1308, la chiesa viene detta de Morteta, ha come rettore "l'Abbas Guglielmo Capograsso" che riceve una rendita di oncie 1 e tarì VI mentre il cappellano é D. Accurso, in comune con Santa Croce (4). la chiesetta non ha nessun bene o entrata, segno del declino demografico del sito. D'altra parte, il toponimo Morteta indica chiaramente la diffusione del selvatico avvenuto negli ultimi decenni del '200 nella parte inferiore del villaggio di Capialbi - Santa Croce. Per tutto il'300 e parte del XV secolo, una vasta zona, compresa fra S. Martino e Torello, viene denominata Mortellis a causa del diffondersi della mortella, pianta selvatica utilizzata per la lavorazione delle pelli.

All'inizio del XVI secolo, il territorio circostante la chiesetta prende il nome di S. Maffeo (5), che nel corso del secolo e in quelli successivi, si estende ai toponimi vicini inglobandoli. Uno di questi era la Selva di Tollone, che pur se documentata nel Settecento (6), indica chiaramente la presenza di un proprietario medievale in possesso di curtis, casa e vari poderi nell'abitato Capialbi - Santa Croce o nei "Locus Montecorvino e Aiello".

Nel XVI secolo, la chiesa di S. Maffeo é di proprietà della famiglia Cavaselice di Salerno, la quale ne nomina il rettore (7) a cui é affidata la cura della chiesa e dei suoi beni. In questa nuova fase il Beneficio durerà, anche se fra alterne vicende, fino a tutto il Settecento, garantendo la funzionalità del fabbricato sacro e il mantenimento del culto del Santo in loco.

 

Note:

  1. “La cappella di S. Filippo Neri di S. Martino possiede un territorio seminatorio di tom. 4 con olivi e querce nel luogo detto S. Maffeo, verso levante passa il vallone, e confina con i beni del Rev. Capitolo di S. Pietro, e tira per insino al sito della chiesa diruta, che si chiamava S. Maffeo". A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p. 43.
  2. " Scrittura settecentesca sul dorso del documento del 29 novembre 1502: Oliveto detto lo Sottano, giusto vallone dello Zillo, confinante con Marcelli de Lucia ed altri ossia il primo come si scende dalla via pubblica di S. Maffeo, oggi di Carmine Maiorini". Archivio Maiorino.
  3. "10 ottobre 1704: Fontana di S. Maffeo".
  4. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 32 -43.
  5. C. Tavarone, Racconto storico e artistico della cappella di S. Maria delle Grazie in Montecorvino Rovella, Sarno 2018, p. 75.
  6. "29 agosto 1724".
  7. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., pp. 32 -43.

Sottano

Il termine Sottano indica la parte inferiore di un abitato medievale. Nel nostro caso era la parte sottostante del villaggio Capialbi - Santa Croce. Nonostante il declino e l'emigrazione dal piccolo aggregato, il toponimo, nel '400, si espande nel vecchio sito di Mortellis, arrivando nei secoli successivi a lambire i casali di S. Martino (1) e Nuvola

Negli ultimi decenni del XV secolo, D. Gennaro Maiorino, rettore di Santa Croce, prende in fitto vari fondi dalle chiese di S. Maria Assunta di Occiano, (2) di Santa Croce e dalla Mensa Arcivescovile di Salerno (3). Questi terreni, perlopiù coltivati ad olivo, erano vicino a quelli di sua proprietà, costituendo, un vasto fondo gravitante intorno alla casa chiesa di Santa Croce. Nel novembre del 1502, D. Gennaro compra da Antonio Serfilippo, del casale di S. Tecla, un altro oliveto, sito in località Sottano, confinante con il vallone dello Zillo, Marcello de Lucia et altri suoi beni. (4) (Vedi foto del documento) Il nuovo acquisto entrò ben presto a far parte dei beni dotali della nuova chiesa di S. Maria delle Grazie del casale Castiuli (5). Con la morte del Maiorini, la nuova cappella dei Castiuli diventa il maggior proprietario nel territorio "Sottano seu S. Maffeo", garantendo ai suoi rettori e cappellani una notevole rendita annuale.

 

Note:

  1. "22 agosto 1716: Lo Sottano da sopra S. Martino con fontanella d'acqua".
  2. "Agosto 1491: Elenco dei beni di Santa Maria di Occiano Item un'altra terra con olivi ubi dicitur lo Soptano per comune ed indivisa con ecclesia di Sante Crucis, qui tener D. Gennaro Maiorino, et debba solver ogni anno uno de olear". A.S.S., notaio N. Venturello, B. 3246. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, op. cit., p. 43.
  3. "Beni della Mensa di Salerno nel 1504: D. Gennaro Maiorino per un pezo de oliveto in loco ubi dicitur lo Soctano, la mità del quale nasce in dicto olivito se lo prende esso e no deve pagar più de mezo quarantino nel mese di febbraio". A.D.S., Reg. Mensa n. 2, p. 62. D'Arminio - L. Scarpiello -V. Cardine, Chiese di Montecorvino e Gauro. Istituzioni religiose e vita sociale nella Diocesi di Acerno, op. cit., pp. 67 - 104.
  4. “29 novembre 1502 vendita da parte di Antonio Serfilippo a Don Gennaro Maiorino di una terra sita allo Sottano, giusto vallone dello Zillo, confinate con Marcelli De Lucia et altri suoi beni. Atto per mano del notaio Pietro Arminio. Si sottoscrivono Agostino de Auria, giudice annuale, e i testi: Moscardini Piczuli, Giovanni Imbediata e Nicola Antonio Barbiero, tutti de Montecorbino”. Archivio Maiorino.
  5. "Donazione di D. Gennaro Maiorino dei suoi beni alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie del casale Castiuli del 5 maggio 1508: Item un oliveto integro o meglio una terra con olivi et altri alberi fruttiferi, sita e posta nella terra di Montecorvino e proprio ubi dicitur lo Sottano seu S. Maffeo, confinante col vallone a due parti, i beni della Chiesa di Santa Croce di Montecorvino parte in fitto ad esso Sign. Gennaro, la Chiesa di S. Giovanni a Mare di Salerno che tiene Giacomo Matteo Pico, gli eredi del fu Renzo (Marcello) de Lucia, i beni dotali di Antonio de Recco, Menico Pico e altri. Item una terra piantata a vigna, olivi et altri alberi fruttiferi, sita in pertinenza di Montecorvino et proprio ubi dicitur Santa Croce Soprana, confinante con i beni di Agostino de Sparano e con la via pubblica da due parti". Archivio Maiorino. C. Tavarone, Racconto storico e artistico della cappella di S. Maria delle Grazie in Montecorvino Rovella, op. cit., pp. 75 - 76.

APPENDICI


 

Documento n. I

1262 – giugno, ind. V – Salerno

Nel nome del Signore, eterno Dio e salvatore nostro Gesù Cristo. Anno della sua incarnazione 1262, quarto di regno del nostro signore Manfredi, gloriosissimo Re di Sicilia e d’Italia, mese di giugno, quinta indizione.
Con la presenza di Don Cesario, per grazia di Dio venerabile arcivescovo di Salerno, nel suo palazzo riuniti, essendo presenti: io Guglielmo Scillato, giudice; Simone detto Capograsso, diacono ed abate della chiesa di S. Andrea de Lama; Giacomo detto Boccapizzolo, abate della chiesa del Santo Agnello e chierico dell’archiepiscopio salernitano, Matteo di Ursone, avvocato, e Bartolomeo detto Ferrario; testi sottoscriventi […]
Bartolomeo detto Dardano, chierico e suddiacono del sopraddetto arcivescovado e abate della chiesa di S. Trofimena […] e Giacomo detto Manganario […] sono giunti alla sottoscritta permuta […] l’abate Bartolomeo, a nome del sopraddetto arcivescovo (dice) di concedere a Giacomo Manganario un’intera terra selvosa, sterile e pietrosa, di nessun reddito e di pochissimo valore, nella quale vi è un palmento con lavello diruto e una cisterna diruta appartenente al sopraddetto arcivescovo […] e si trova fuori la città di Salerno nel luogo dove propriamente si dice “in ponte e muricella”.
Giacomo dichiara chiaramente che gli appartengono due intere terre congiunte insieme [ossia attaccate, n. d. r.] nelle pertinenze di Montecorvino nel luogo dove si dice “a li capialbi”, da sopra e vicino alla chiesa di Santa Croce del medesimo luogo; la prima è con oliveto e viti, nella quale è costruita una casa di fabbrica terranea scoperta; mentre la seconda con alberi di ulivi e altri alberi fruttiferi, più del (terreno) vacuo. Queste terre, secondo quanto riportato nella carta di vendita redatta davanti al giudice, notaio e testimoni di Montecorvino, hanno questi confini, misurati in base al soprascritto passo d’uomo:
La prima (terra) da settentrione confina con la via pubblica, misurando lungo questa cinquanta passi; lasciata la via (il confine) prosegue lungo la proprietà degli eredi del fu Giacomo detto di Don Filippo, e questo per sei passi; dalla parte occidentale il confine è la via pubblica, separata da una siepe intera, per sedici passi; dalla parte meridionale similmente confina con la via pubblica, misurando quindici passi, e lasciata questa prosegue lungo la proprietà degli eredi del fu Marcone detto mannello, per trentatrè passi meno un cubito; la parte orientale confina con il secondo pezzo di terra, separate da una mezza siepe per ventitrè passi e un cubito, e quindi si congiunge con il primo confine.
La seconda (terra) confina a oriente con la proprietà di Giovanni detto di Acerno, diviso da una mezza siepe per quarantasette passi e mezzo; a mezzogiorno confina con i possedimenti di Aloara Milieri per dodici passi e mezzo; nella parte occidentale confina con il primo pezzo di terra per venticinque passi; infine a settentrione confina con la via pubblica per ventisei passi e un braccio: e quest’ ultimo si congiunge al soprascritto primo confine. La qual cosa [cioè il possesso delle terre] Giacomo dimostra attraverso la soprascritta cartula di compera da (testo mancante) [che è] detto “da li valluni di montecorvino”, per [un prezzo] di cinque once di tarì d’oro di moneta siciliana. Il predetto Giacomo vuole dare in permuta al soprascritto abate le due terre di Montecorvino in cambio della soprascritta terra del luogo “ponte”a lui [cioè a Giacomo, n. d. r.] consegnata (in pastinato) come è stato detto [il tutto si evince dal testo precedente non riportato, n. d. r.]. Per cui l’abate Bartolomeo, vedendo in questa condizione un miglioramento abbastanza soddisfacente per la sua chiesa, ha avuto con il signor arcivescovo ad altri probi uomini un consiglio, dal quale è scaturita questa deliberazione: essendo chiaro che in tale permuta vi è un sufficiente miglioramento nella condizione dell’archiepiscopio e poiché la predetta terra del luogo “ponte” era sterile ed infruttuosa al tempo dalla concessione [in pastinato a Giacomo] e non percependo nessun reddito e provento, mentre le predette terre di Montecorvino sono coltivate e fruttuose e di maggior valore rispetto alla terra della località “ponte”, il signor arcivescovo […] ammette la permutazione[…]
Lo stesso Giacomo diede all’abate Bartolomeo […] la “wadia” e i suoi fideiussori: da parte sua pose sé stesso, sua moglie Pratica, i fratelli Giacomo e Filippo, pubblici notai di Salerno, figli del fu Pietro detto “Dardano” [seguono la classiche obbligazioni legate alla guadia] […] e se Giacomo e i suoi eredi non adempissero quanto soprascritto […] in base ala “wadia” obbliga sé e i suoi eredi a pagare all’archiepiscopio trenta augustali. […]
Lo scambio (è accettato) dall’arcivescovo e dalla soprascritta Pratica con consenso di suo marito Giacomo, essendo posta al suo “mundio”, e rinunciando al (diritto) velleiano (1) e ad ogni assistenza legale […].
Quanto sopra è stato rogato io Giovanni Scotto, pubblico notaio di Salerno, fui presente, scrissi e segnai con mia firma.


+ Io come sopra Guglielmo Giudice
+ Io predetto abate Simone capograsso diacono della chiesa salernitana sono testimone
+Io predetto Giacomo boccapizzolo sono testimone +Io predetto Matteo de Ursone sono testimone
+Io predetto Bartolomeo ferrario sono testimone

L. Pennacchini, Pergamene salernitane, Salerno 1941, pp. 164 a 168.
Traduzione a cura di Vito Cardine.
 

Documento n. II

Inquisitur de valore infrascriptarum Ecclesiarum

5879 Ecclesia S. Mattei de Castro tarì I 1\2.
5880 Ecclesia S. Marci de Castro tarì VI.
5884 Ecclesia S. Marie de Castro tarì II.
5894 Ecclesia S. Crucis tarì III e grana XIII.

Inquisitio Ecclesiarum Castri Montis Corbini et eius casalium

9958 Item ecclesia S. Crucis, cuius est rector abbas Marinus Branchacius de Neapoli, cui valet unc. unam, dompnus Sancoris cappellanus eiusdem ecclesie, dompnus Acurso eiusdem ecclesie tarì X.
5961 Item ecclesia S. Iudichi de Castello, cuius est rector abbas Rcardus Copula de Salerno, cui valet unc. unam e tarenos XV, et dompnus Francischus cappellanus eiusdem ecclesie.
5962 Item ecclesia S. Mathei de Castello, cuius est rector diaconus Rogerius de Olibano tar. XII, et dompnus Nicholaus cappellanus eiusdem ecclesie.
5963 Item ecclesia S. Marie de Castello, cuius est rector dompnus Mafeus de S- Marcho de Salerno, cui valet tar. XX, et dompnus Nicholaus cappellanus eiusdem ecclesie.
5694 Item ecclesia S. Mathei de Nyorceta, cuius est rector Abbas Guillelmus Caput Grassus de Salerno, cui valet unc. unam et tar. VI, et dompnus Acurso cappellanus eiusdem.

Salerno – III. Decime e inquisizioni dell’anno 1309

6466 Item abbas Rizardus Copula est rector ecclesie S. Marchi de Montecorbino qye valet unc. I et tar. V.
6467 Item dompnus Matheus de S. Matheo de Salerno est rector ecclesie S. Marie de Castello predicto que valet tar. XX.
6468 Item abbas Guillelmus Caputgrassus est rector ecclesie S. Mathei de Morteta que valet unc. I et tar. VI.
M. Inguanes - L. Mattei Cerasoli . P. Sella, Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania, città del Vaticano - Biblioteca Apostolica MDCCCCXLII.

 

Documento n. III

1279, agosto, Ind. VII – Salerno

Nel nome del Signore, eterno Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, anno della sua incarnazione 1279 […] settima indizione. Davanti a me Giovanni Capograsso, giudice, presenti Roberto Scillato, Matteo di donna damiata e Antonio de leonardo, testimoni sottoscriventi a ciò principalmente chiamati, Maria, donna di Montecorvino, vedova di Giovanni detto de Acerno, e figlia del fu Gualtiero detto “de lando risso”, è comparsa con Andrea detto “manescalco”, chierico del arcivescovado salernitano, balivo delle cose della medesima frateria. Lo stesso infatti ……. in nome della soprascritta frateria e la stessa Maria per riverenza a Dio onnipotente e alla beata sempre vergine Maria, madre Sua, nonché (per riverenza) a S. Matteo apostolo ed evangelista, nostro patrono, così come ad essa piace, spontaneamente, attraverso questa carta, offre, dà e consegna al medesimo balivo, in nome della soprascritta frateria, tutti i suoi beni, stabili e mobili, di sua pertinenza, per diritto paterno, materno e sulla quarta parte data a suo marito nel giorno della loro unione, nonché su qualunque altro (bene) di diritto nelle pertinenze di Montecorvino, tanto in montagna che in pianura, secondo i confini, i nomi e le loro pertinenze; tranne un certo “solarium” (1) unito ai beni di sua figlia Maria, moglie di Bartolomeo de Costantino, che Maria (la madre) dice di donare alla medesima sua figlia […]. quindi per convenienza Maria diede la “wadia” al balivo in nome della soprascritta frateria, ponendo sé stessa come fideiussore. Per la “wadia” Maria obbliga sé e i suoi eredi a difendere sempre da tutti gli uomini, in nome della frateria, l’intera oblazione e consegna così come da legge. […]. Se Maria e i suoi eredi non adempiono quanto sopra è stato scritto oppure essa o chi per essa pretendessero rimuovere o contraddire (quanto stabilito), (Maria) obbliga sé e i suoi eredi a pagare alla suddetta frateria dieci augustali: quanto sopra decretato sia adempiuto.
Il tutto fu fatto da Maria con volontà ed autorità di Giovanni detto “de cancello”, funzionario della curia, che (Maria) elegge suo mundualdo in questo contratto con mio decreto, per il fatto che asserisce non essere presente in questa città il legittimo mundualdo. (Inoltre) rinuncia al senato-consulto velleiano e ad ogni assistenza legale. Messa al corrente di potersi avvalere del medesimo ausilio velleiano e presenti Nicola setario e Matteo de riso, uomini liberi, la stessa Maria dichiara di non aver ricevuto nessuna forzatura o violenza nel soprascritto contratto. Espressamente acconsente (di riconoscere) in me, giudice predetto, e nel suddetto notaio i suoi giudice e notaio, riconoscendo che non siamo i suoi giudice e notaio.
Infine quanto sopra è stato cancellato si deve leggere «per sua parte pose la soprascritta parte».
Di tutto ciò che è stato rogato, io Giovanni, pubblico notaio di Salerno, fui presente, scrissi e ho segnato con mia firma.


+ Io come sopra Giovanni, Giudice.
+ Io predetto notaio Filippo Dardano, sono testimone
+ Io suddetto Antonio de leonardo, sono testimone

L. Pennacchini, Pergamene salernitane, Salerno 1941, pp. 69-70-71.
Traduzione a cura di Vito Cardine.

S. Biagio

A cura di Vito Cardine

La chiesa di S. Biagio è documentata nel Codice Diplomatico Cavense in un atto del 1040, con il quale si concedevano in beneficio al presbitero Stefano due terreni appartenenti alla chiesa salernitana dei Ss. Matteo e Tommaso posti nel territorio di Montecorvino, nel luogo detto <<baccarecze>>. (1) La scomparsa di questo toponimo non ci permette di localizzare facilmente l’ubicazione dei terreni e della chiesa di S. Biagio: ma l’analisi della documentazione relativa alla chiesa dei Ss. Matteo e Tommaso non solo ci dice dove verosimilmente si trovassero le sue proprietà, ma potrebbe anche aiutarci a capire l’evoluzione dello sfruttamento dei terreni e le possibili motivazioni dell’erezione di S. Biagio. (2)

La chiesa dei Ss. Matteo e Tommaso venne fondata a Salerno in hortum magnum dal gastaldo Pietro, figlio del fu Landolfo. Dopo aver ottenuto la carta libertatis dall’arcivescovo nel 970, il fondatore l’anno successivo concesse la chiesa al presbitero Cinnamo, con la terra e la casa ad essa congiunte e tutti i beni che le erano stati donati. (3) L’atto di dotazione, però, venne stipulato da Pietro, con il nuovo titolo di conte, qualche anno più tardi, nel 976: tra i beni elencati nella donazione figura anche un pezzo di terra che Pietro possedeva <<a suptus monte corbino>>. (4) Le proprietà del conte in questo territorio sono però più ampie: la terra donata alla chiesa infatti è circondata su tre lati da altri suoi possedimenti, mentre sul quarto lato un “rivus” la divide da quelli di S. Angelo <<de monte aureo>>. I terreni appaiono già frazionati, divisi tra loro da “termini”. È ipotizzabile quindi che vi siano delle famiglie di contadini che abbiano in concessione le proprietà del conte, anche se non tutti i lotti però sembra che siano coltivati. Metà del terreno donato a S. Matteo, infatti, entrerà immediatamente nel pieno diritto della chiesa; l’altra metà, invece, spetta ai figli di un tale Domenico, che vi hanno piantato una vigna con contratto di pastinato: essi godranno i frutti del loro lavoro fino alla scadenza della concessione, fatta verosimilmente dallo stesso Pietro qualche anno prima. La parte di cui la chiesa può disporre subito non ha evidentemente alcun vincolo contrattuale e dunque è presumibilmente incolta. Ciò fa supporre che intorno agli 70/80 del X secolo questa zona fosse in parte non coltivata, con alcune famiglie che tentavano di “addomesticare” dei terreni fortemente accidentati, nella migliore delle ipotesi votati al pascolo, come il successivo toponimo “baccarecze” potrebbe suggerire.

Nel 1040 la chiesa dei Ss. Matteo e Tommaso ha arricchito il suo patrimonio, possedendo numerosi terreni affidati tutti con contratti “ad laborandum”: sono presenti vigneti, uliveti, alberi da frutto in notevole quantità, tanto da rendersi necessaria la costituzione di due benefici, onde meglio controllare la corresponsione dei canoni relativi. Il processo però non è ancora definito e definitivo. Il presbitero Stefano infatti detiene il suo beneficio in modo “nominativo”, tanto da rendersi necessario il ricorso al giudice per formalizzare la concessione con un contratto di livello, legalmente riconosciuto. Inoltre, una delle due curtis facente parte del beneficio era stata tenuta con contratto “ad pastinandum” da un certo Strati, mentre quando viene redatto l’atto la tengono i suoi eredi, (5) ma con contratto “ad laborandum”: quindi era stata messa a coltura da non molto tempo. Le differenti forme di concessione (“ad pastinandum”, “ad laborandum”, “in beneficium”) lasciano trasparire in controluce un’evoluzione spazio-temporale nello sfruttamento dei terreni appartenenti alla chiesa. A quest’altezza cronologica (1040) dobbiamo pensare ad un territorio sufficientemente antropizzato, anche se a carattere sparso, che ha probabilmente spinto uno degli abati di S. Matteo, unitamente agli eredi del conte Pietro, patroni della chiesa, a costruire la appella di S. Biagio, per meglio garantire gli interessi economici dei proprietari attraverso il “controllo” spirituale dei contadini. La fondazione di S. Biagio va dunque collocata nel primo quarto dell’XI secolo.

Sull’ubicazione della chiesetta mi sembra che ci siano pochi dubbi. Le due curtes del beneficio concesso a Stefano hanno dei confini precisi:

“… da pars orientis fine ballone qui discernit inter istut et rebus de archiepiscopio salernitano, et sicut discendi ipso ballone et coniungit se in ribus qui dicitur tranusu, saliente usque in capite de ballone manufactu, et per ipso ballone quod est carbonario manufactum, pergentem in capite de una insclitella perientem in capite de una insclitella ipsius ecclesie, quod ego predictus habbas mee potestatis retineo, et abinde rebolbentem et coniuniente in cantone de predicta curte, quod tenuerunt ad laborandum ipsi filii iohanni guineczi, et bia inde discendi …”

A est le terre confinano con un vallone che ne determina il primo lato fino a confluire nel “ribus qui dicitur tranusu” (il Vallone Trauso): nel “ballone” che vi confluisce va dunque riconosciuto il Vallone S. Maffeo. Ancora oggi i due corsi d’acqua si congiungono poco lontano dalla “Masseria S. Biagio”, dove si trova una collinetta coperta da un rigoglioso uliveto. Sulla sommità di questa altura si trovano i ruderi di una cappella della quale si conserva l’abside e i lacerti delle mura perimetrali. La <ecclesia sancti blasii> del 1040 è <constructa in uno torellum, ubi silbitella est>, cioè proprio su una collinetta, laddove era un boschetto. Alla luce di queste coincidenze è plausibile ipotizzare che la cappellina di S. Biagio del documento era posta sulla stessa collina dove oggi si rinvengono i ruderi suddetti. Probabilmente la costruzione fu abbandonata, andando incontro ad una inevitabile decadenza, per poi essere ricostruita in epoca più recente. (6) Conseguentemente anche le curtes, di cui non conosciamo l’estensione, vanno collocate nella stessa area, avendo come confini certi il Vallone S. Maffeo da un lato e il Vallone Trauso dall’altro.

 

Note:

  1. CDC, VI, 958, pp.129-131
  2. Barbara Visentin sostiene, invece, che “baccarezze” potrebbe sopravvivere nel toponimo “caprarizzi”, non lontano dall’abitato della frazione Torello. Cfr. B. Visentin, Destrutturazione tardo antica e riorganizzazione altomedievale nel territorio del Picentino (secc. VI-XI), in “Schola Salernitana” III-IV, (1998-1999), pp. 243-278.
  3. CDC, II, 263, pp. 64-66.
  4. CDC, II, 265, pp. 67-68.
  5. Riguardo questo punto vi è da fare una necessaria precisazione. Ritengo infatti che gli eredi di Strati citati nell’atto non siano i figli, i quali nei documenti dell’epoca di solito venivano designati come tali in modo specifico. Dobbiamo pensare quindi o a parenti collaterali (fratelli o figli di fratelli, zii, cugini, ecc.), oppure molto più probabilmente ai nipoti, figli dei figli. Se si tratta di parenti collaterali oppure vi è stato un passaggio diretto dal nonno ai nipoti il terreno sarebbe coltivato dalla stessa famiglia da due generazioni. Se invece vi è stato un naturale decorso di padre in figlio ci troveremmo alla terza generazione, stimando così la permanenza della famiglia sul terreno ad almeno tre decenni. Strati, quindi, avrebbe cominciato a “pastinare” il fondo durante il primo decennio del secolo o al massimo intorno al 1020. I contratti “ad pastinandum”, solitamente concessi per rendere produttive terre incolte, avevano una durata variabile a seconda dei prodotti messi a coltura, ma solitamente duravano nel salernitano circa dieci anni. Non prevedevano il versamento di canoni o corrispettivi (tranne in alcuni casi il “terratico”) in virtù del fatto che il concessionario doveva avere il tempo per portare a frutto i terreni concessigli. Una volta rese produttive, le terre si concedevano con modalità differenti (tra cui il contratto “ad laborandum”), in cambio di compensi in natura (comprendenti anche corveè e giornate di lavoro da prestare gratuitamente al proprietario) o veri e propri canoni in denaro. I benefici invece erano dei veri e propri patti bilaterali e non delle semplici concessioni: si stipulavano con contratti di livello a fronte di un canone fisso stabilito all’atto della stipula.
  6. “29 novembre 1502 vendita da parte di Antonio Serfilippo a Don Gennaro Maiorino di una terra sita allo Sottano, giusto vallone dello Zillo, confinate con Marcelli De Lucia et altri suoi beni. Atto per mano del notaio Pietro Arminio. Si sottoscrivono Agostino de Auria, giudice annuale, e i testi: Moscardini Piczuli, Giovanni Imbediata e Nicola Antonio Barbiero, tutti de Montecorbino”. Archivio Maiorino.
  7. "Donazione di D. Gennaro Maiorino dei suoi beni alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie del casale Castiuli del 5 maggio 1508: Item un oliveto integro o meglio una terra con olivi et altri alberi fruttiferi, sita e posta nella terra di Montecorvino e proprio ubi dicitur lo Sottano seu S. Maffeo, confinante col vallone a due parti, i beni della Chiesa di Santa Croce di Montecorvino parte in fitto ad esso Sign. Gennaro, la Chiesa di S. Giovanni a Mare di Salerno che tiene Giacomo Matteo Pico, gli eredi del fu Renzo (Marcello) de Lucia, i beni dotali di Antonio de Recco, Menico Pico e altri. Item una terra piantata a vigna, olivi et altri alberi fruttiferi, sita in pertinenza di Montecorvino et proprio ubi dicitur Santa Croce Soprana, confinante con i beni di Agostino de Sparano e con la via pubblica da due parti". Archivio Maiorino. C. Tavarone, Racconto storico e artistico della cappella di S. Maria delle Grazie in Montecorvino Rovella, op. cit., pp. 75 - 76.
  8. A. D'Arminio - L. Scarpiello - R. Vassallo - C. Vasso, Arcipretura di Montecorvino. Un millennio cristiano, Battipaglia, 2006, p. 33

APPENDICI


 

Documento n. I

Diciassettesimo anno di Gisulfo (II), marzo, undicesima indizione (anno 1058). Nel palazzo dell’arcivescovado il giudice Romualdo si trova con “plures homines” (testimoni). Si presentano: da una parte, Giovanni, sacerdote ed abate della chiesa di S. Matteo Apostolo, costruita nella città di Salerno “in horto magno”, insieme con il conte Alfano, figlio del fu conte e giudice Ademario, e con il conte Alfano, figlio del fu conte Guaimaro (i due Alfano sono tra quelli a cui appartiene la chiesa); dall’altra parte, Leone di Atrani, figlio del fu Pietro. L’ abate esibisce un giudicato del mese precedente (febbraio 1058) stipulato nell’atrio della chiesa di S. Gregorio alla presenza del giudice Romualdo tra l’abate e il conte Alfano del fu Ademario, da una parte, e Leone di Atrani del fu Pietro, dall’altra. In tale occasione l’abate aveva presentato un ulteriore giudicato redatto nel luglio del 1056 sempre tra l’abate, unito ad Alfano del fu Ademario, e Leone di Atrani del fu Pietro. In quest’ultimo atto le parti erano convenute per porre fine ad una vertenza sorta perché Leone e i suoi servi si erano introdotti illegittimamente nelle terre e nelle case della chiesa di S. Matteo. Questa l’accusa dell’abate, ma Leone nega rispondendo che nel medesimo luogo, cioè “in horto magno”, egli possiede terre e case, non riuscendo a capire a quali proprietà si riferisce l’abate nella causa intentata verso di lui. Il giudice, per dirimere la questione, ordina che l’abate e Leone, unitamente al notaio e al giudice, si rechino sul posto controverso (l’abate accompagnato da uno dei compatroni) ed espongano ognuno le proprie ragioni. Giunti sul luogo nel giorno prefissato l’abate presenta per parte sua due carte e un giudicato, Leone dal canto suo mostra una carta e un giudicato. Il giudice, quindi, fa leggere i documenti. La prima carta dell’abate era un attestato del 976 in cui si descriveva come il conte Pietro, figlio del fu Landolfo, e la moglie Aloara, detta Fasana, avendo costruito ex novo dalle fondamenta una chiesa dedicata ai Ss. Apostoli Matteo e Tommaso, in un loro terreno della città di Salerno posto sotto la chiesa di S. Andrea “ad hortum magno”, avevano ottenuto dal vescovo Pietro (VI), con l’assenso del principe Gisulfo (I), l’approvazione ufficiale della chiesa, con tutte le prerogative connesse (potestà familiare, diritto di ordinazione, piena autonomia rispetto al vescovo, ecc.). Contestualmente vengono descritti i beni dotali offerti all’atto della erezione della chiesa, avvenuta alcuni anni prima. Tra questi vi sono: innanzitutto, il terreno nel quale fu edificata la chiesa stessa; la terza parte del pozzo che si trova nella “corte” di Alfano e dei figli del conte Pietro, con diritto della via; la proprietà “de locum tuscianu”; infine le proprietà poste in Montecorvino e in “Stricturie”: « […] offriamo alcune nostre proprietà [poste] sotto “montecorvino”, secondo questi confini e misure: da tre parti confina con i nostri [possedimenti], come divide il termine; dall’altra parte confina il ruscello che divide tra loro queste proprietà da quelle nostre e di S. Angelo del monte Aureo: in lunghezza e in larghezza, da ogni parte, [cioè il perimetro] sono duecento passi. In questi confini e misure eccettuiamo la metà di quanto la vigna che nel medesimo luogo ha impiantato e avrebbe impiantato il figlio di Domenico fino al [momento] stabilito contenuto nel nostro “breve” [scritto per il contratto] di pastinato. Inoltre abbiamo offerto dei nostri beni nel territorio di “stricturie”, dove si dice “ad trabersa”, i cui confini sono: da oriente confina il ruscello che divide dal confine del predetto Alfano, nostro zio; da settentrione confinano i figli del conte Pietro, come divide il termine; da occidente similmente il confine dello stesso Alfano, cioè come dividono i “termiti”; dall’altra parte come divide la parte bassa del monte nostro comune [dalle proprietà] dello stesso Alfano e dalle proprietà di Pietro. In questi possedimenti dobbiamo escludere la parte che devono togliere Garulo e Sellittulo, i quali lì hanno in pastinato una vigna, mentre l’altra parte interamente offriamo alla stessa chiesa. Offriamo anche due lezionari per tutto l’anno, e tre [libri] di omelie, una dall’Avvento del Signore fino alla Quaresima, un’altra dall’inizio della Quaresima fino alla Pasqua del Signore, l’altra dalla Pasqua fino all’Avvento; [offriamo] inoltre due manuali il “manuale” era il libro che conteneva tutti i sacramenti di cui il prete aveva bisogno (battesimo, matrimonio, estrema unzione) tranne l’eucaristia], due antifonari (uno del giorno e della notte), un salterio, due cortine (una maggiore, l’altra minore), sei sindoni e un panno di seta, un calice d’argento, un manutergio di seta, una patera, un “recentario” [probabilmente contenitore per il vino], un secchiello, una coltre [drappo funebre] e un cuscino […] »
I due coniugi offrono inoltre « pro amore omnipotenti deo et salutis anime nostre » una pianeta di seta, un panno di seta sull’altare principale (?), una “sindone” lavorata ad ago, un altro panno di seta per l’altro altare, un turibolo d’argento pesante una libbra e quattro once.
« […] offriamo tutte e libere le proprietà del medesimo luogo di “montecorvino” secondo le suddette misure, che prima abbiamo detto di aver offerto alla chiesa attraverso la carta citata. E quanto mi spetta come parte in quel luogo [di montecorvino] da Alfano, zio nostro, e dai figli del conte Pietro, tanto interamente offriamo alla medesima chiesa. Da ciò che mi spetta da Alfano e dai figli del conte Pietro escludiamo soltanto quello che bisogna togliere per [il corrispettivo] di coloro che [conducono i fondi con contratto] di pastinato.

CDC – VIII - n° 1265 – pp. 51-59 - a. 1058.
Traduzione a cura di Vito Cardine.

Documento n. II

Nel nome del Signore, ventiduesimo anno del principato di Salerno del nostro signore Guaimaro, glorioso principe, e secondo anno del suo principato di Capua, nonché primo anno del suo ducato di Amalfi e Sorrento, mese di marzo, ottava indizione.
Io Giovanni, presbitero e abate della chiesa intitolata ai santi apostoli Matteo e Tommaso, sita dentro questa città di Salerno, da sotto e vicino all’arciepiscopio, appartenente [la chiesa] ad Ademario, conte e giudice figlio del fu conte Pietro, e ai nipoti dello stesso Ademario, chiamati Alberto e Guaimario, conti e fratelli, figli del fu Alfano, [io Giovanni] dichiaro che nei giorni passati, attraverso una carta valida un tale Stefano, presbitero e cardinale della stessa chiesa, figlio del fu Orso, nativo dell’atto di Nocera, pertinenza di Salerno, unitamente a Marenda sua moglie offrirono a questa chiesa tre appezzamenti di terra con arbusti [cioè viti a sostegno vivo] e alberi da frutto, che avevano nello stesso atto di Nocera dove si dice “ad paum”. [I tre terreni], per mezzo di tre carte , che il padre Orso aveva dati al sacerdote Stefano nei confini e nelle misure che le stesse carte contenevano: le tre carte, con altre due in esse contenute, offrirono alla chiesa.
Una di queste racchiudeva [questo scritto]. Nel secondo anno del principato del signore Mansone e del signore Giovanni suo figlio, mese di maggio, undicesima indizione [a. 983]: Garofalo, figlio di Leone, e Cennamo, figlio di Guisone, zio e nipote, abitanti del luogo “paum”, donavano ad Orso, loro nipote, figlio di Orso, e padre del presbitero Stefano, tutto e libero un loro pezzo di terra con parecchi alberi vitati che avevano nel medesimo luogo dove abitavano, secondo questi confini e misure: dalla parte di occidente confina la via carraia per venti passi; dalla parte settentrionale confina con gli eredi di Pandone per dieci passi; dalla parte orientale confina con gli eredi del predetto Pandone per venti passi; dalla parte meridionale con gli eredi di Angelo dello stesso luogo per quindici passi, proseguendo fino alla via che è il primo confine, il tutto misurato con il giusto passo d’uomo. Tutto questo appezzamento, servito da una sua via, [Stefano e Marenda] offrirono alla chiesa [dei Ss. Matteo e Tommaso].
La seconda carta diceva come Risone, figlio di Maraldo, del luogo “paum”, vendette ad Orso, padre di Stefano, un suo terreno con arbusti vitati e altri alberi fruttiferi che possedeva nel luogo “paum” per questi confini e misure: a settentrione confina la via pubblica per una lunghezza di dieci passi; ad oriente confina con gli eredi di Giovanni figlio di Angelo per una lunghezza di ventisei passi meno un cubito; a mezzogiorno confina con gli eredi di Guisone, figlio dello stesso Angelo per una lunghezza di otto passi e un semisse [misura del pugno chiuso con il pollice alzato, circa 16 cm.]; a occidente confina con Guandone, come è posto il termite e congiungendosi alla via che rappresenta il primo confine, per una lunghezza di ventotto passi. A metà del terreno trasversalmente sono nove passi di lunghezza misurati secondo il giusto passo di un uomo.
Le anzidette terre, come abbiamo descritto, secondo le misure suddette, i nominati marito e moglie, attraverso le predette carte, così come contiene l’offerta alla chiesa, offrirono alla chiesa [dei Ss. Matteo e Tommaso]. E poiché per esse [ossia le terre] egli [il sacerdote Stefano] e suo figlio Giovanni officiano nella stessa chiesa, mi sembra opportuno consegnare a loro [le terre] in beneficio, attraverso un contratto di livello, insieme ad un altro beneficio che dagli anni precedenti [da alcuni anni] lo stesso Stefano tiene nel luogo “montecorvino”, dove si dice “ad baccarezze”, per il quale non vi è un livellario, essendo lo stesso beneficio di “montecorvino” nominativo. Una prima corte con vigna e arbusti vitati che aveva condotto in pastinato un certo Stratone ed ora tengono [con contratto] “ad laborandum” gli eredi dello stesso Stratone. Un’altra corte con vigna e alberi che hanno tenuto [con contratto] “ad laborandum” i figli di Giovanni Guinizio. Le corti [sono] intere e libere secondo i confini e le misure indicate nei “brevi di lavorazione” [cioè nei contratti ad laborandum] che Stefano ha presso di sé, come intere e libere [sono] le terre vacue che si trovano fuori alle corti. E questi sono i confini: dalla parte di oriente confina il vallone che divide tra loro [le corti] dalle proprietà dell’arciepiscopio di Salerno, come scende lo stesso vallone e si congiunge nel ruscello chiamato “tranusu”, salendo poi fino al punto in cui inizia il vallone manufatto, e lungo lo stesso vallone, che è un “carbonario” manufatto, prosegue fino all’estremità di una “isclitella” [un campo irriguo], terminando in una [altra] “isclitella” della stessa chiesa, che io, predetto abate, tengo in mio possesso. Di là gira e si congiunge con l’angolo della predetta corte che hanno tenuto “ad laborandum” i figli di Giovanni Guinizio: infine scende la via.
Le suddette proprietà di “montecorvino, dove è detto “baccarezze”, con le vigne, gli alberi, le terre vacue e con una chiesa di S. Biagio, che vi è costruita dentro su un “torello” [piccola collinetta], dove c’è una piccola selva, e con un oliveto unito alla stessa concessione, con tutto ciò che è all’interno [delle proprietà] e tutte le loro pertinenze, lo stesso Stefano da alcuni anni tiene in beneficio. Per tale motivo, come abbiamo detto, mi sembra opportuno concedere e confermare ai detti padre e figlio [cioè Stefano e Giovanni] attraverso un contratto di livello secondo i sottoscritti accordi. Quindi, affinché possiamo perfezionare il tutto completamente, ho fatto in modo di avere un colloquio con i predetti conti, a cui appartiene la chiesa, e con il clero della stessa. Iniziato il consiglio è stato accettato da tutti noi che, se Stefano e suo figlio Giovanni officeranno per il resto della loro vita in questa chiesa [dei Ss. Matteo e Tommaso] come fanno gli altri sacerdoti e chierici, e per tale proposito Stefano e sua moglie offrirono alla stessa chiesa i tre terreni [di Nocera], essere buona cosa concedere e confermare ad essi le tre terre dell’atto di Nocera e tutti i predetti possedimenti di “montecorvino”, tenendoli in beneficio vita natural durante. Essendo convenuto ad entrambi, io Giovanni, presbitero e abate, in ordine alla convenienza dell’accordo, alla generosità e all’autorizzazione dei conti che sono padroni della chiesa, per mezzo di un [contratto di] livello scritto, concedo in beneficio davanti al giudice Ademario e ai testimoni, uomini idonei, a voi nominati presbiteri Stefano e Giovanni, che desideri pervenire all’ordine del chiericato, interi e liberi i tre terreni con arbusti vitati del luogo “paum”, posto nell’atto di Nocera, secondo i già detti confini e misure, ed intero e libero il beneficio di “montecorvino”, nel modo in cui lo hai tenuto e governato, cioè in beneficio. Così a voi, padre e figlio, concediamo libere le proprietà, con tutto ciò che hanno dentro, tutte le loro pertinenze e il servizio della via, tenendole in beneficio sicuro e irremovibile per tutta la vostra vita. Di esse raccogliate i frutti, dei quali potete farne ciò che volete. Abbiate licenza di dare i benefici “ad laborandum” e di ordinarne [il beneficiato], così come fa ogni buon chierico che tiene il suo beneficio. Potrete raccogliere il censo e le elargizioni: siano vostre e ne potrete fare ciò che volete. Se uno di voi dovesse morire gli succeda l’altro che sopravvive, tenendo l’intero beneficio e i frutti dello stesso per tutti i giorni della sua vita, e dei frutti ne faccia ciò che vuole. [tutto ciò] Se essi[ cioè Stefano e Giovanni] officeranno nella chiesa.
Quindi, io Giovanni, predetto abate, come da accordo, per la munificenza e l’approvazione dei signori della stessa chiesa, diamo la wadia a voi, Stefano e Giovanni, padre e figlio, ponendo come fideiussore il chierico Giovanni, figlio del fu Arnolfo. Per la quale [wadia] obbligo me e i miei successori, a nome della sopraddetta chiesa, a difendere a voi, padre e figlio, finché sarete in vita, la suddetta concessione, così come sopra vi abbiamo concesso in beneficio, da chiunque e da qualunque autorità. Se in tal modo mentre voi sarete in vita non vi difenderemo e qualcuno proverà a rimuovere e contrastare [l’accordo], obbligo me e i miei successori, a nome della stessa chiesa, a pagarvi una composizione di cento soldi d’oro di Costantino.
Così si faccia, affinché voi nominati padre e figlio officiando durante la vostra vita in questa chiesa, Dio il meglio vi elargisca.
Se lascerete questa chiesa passando ad officiare in un’altra chiesa “trasactibe”, allora la libera concessione ritornerà in potestà della stessa chiesa [dei Ss. Matteo e Tommaso].
Noi, Ademario giudice e conti Alberto e Guaimario, per accordo, obblighiamo noi e i nostri eredi che, se non adempiremo a voi nominati padre e figlio tutto ciò che è stato soprascritto in relazione al suddetto accordo, o qualcuno proverà a rimuovere e contrastare [l’accordo], oppure qualunque causa verso di voi intenteremo, per accordo obblighiamo noi e i nostri eredi a pagarvi una composizione di altri cento soldi d’oro di Costantino. Soltanto togliamo dal beneficio di “montecorvino”, e che non vi concediamo, la metà della vigna che si trova ai piedi della stessa collinetta e l’altra vigna situata ai piedi dello stesso oliveto, che aveva tenuto precedentemente in beneficio il chierico Bisanzio da me predetto abate e che ora allo stesso modo tiene il presbitero Giovanni di Amalfi. Di tutto quanto stabilito facciamo scrivere due carte dello stesso tenore, affinché non siano in nessun modo cambiate: questa che a voi padre e figlio rilasciamo, e l’altra uguale che terrà per sé la stessa chiesa [dei Ss. Matteo e Tommaso].
[Il tutto] in questo modo comandiamo di scrivere a te, notaio Mirando. Nell’atto di Salerno.

+ Io come sopra Ademario giudice
+ Io come sopra Alberto
+Io come sopra Ademario notaio mi sottoscrissi
+Io come sopra, Giovanni Presbitero e abate
+Io Simeone, presbitero e primicerio.

CDC – VI – n° 958 – pp. 129-131 – a. 1040
Traduzione a cura di Vito Cardine.